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Craig Mazin - Chernobyl

[ HBO, USA-UK 2019 ]

Per la scelta del tema e il livello di scrittura, recitazione e realizzazione dei suoi cinque episodi, Chernobyl è stato uno dei casi mediatici del 2019, e ha segnato un nuovo rilancio nella corsa all’innalzamento degli standard per i prodotti audiovisivi nell’era della quality tv, a partire dalla sua autopresentazione. Forte di un soggetto scottante della storia recente, in un panorama in cui ammiccare al fatto vero è una vincente strategia di marketing per le opere di fiction, questa serie sceglie infatti provocatoriamente di esibire la sua natura liminale di «dramatic retelling of history» (secondo le parole dello showrunner Craig Mazin) che non vuole essere scambiato per un documentario, come conferma la sequenza finale di foto e dati d’archivio, che corredano, sfumano e a volte rettificano ciò che è stato messo in scena.

La serie si apre sul momento dell’esplosione del reattore n. 4 della centrale V.I. Lenin di Pryp’jat’, la notte del 26 aprile 1986, e percorre un doppio binario narrativo che copre, da un lato, il drammatico e controverso sforzo di gestione della crisi attuato dal governo sovietico nei giorni e poi nei mesi successivi al disastro, e, dall’altro, la ricerca (clandestina e non meno drammatica) delle cause tecniche che lo hanno provocato, terminando con il processo del luglio 1987 e con la ricostruzione minuto per minuto della dinamica dell’incidente, che chiude circolarmente la narrazione.

Nonostante l’impegno della produzione a garantire una certa accuratezza storica (soprattutto nella resa dell’atmosfera sociopolitica dell’Ucraina sovietica), e benché l’indagine sulla catena di errori, inadempienze e imprevisti che ha portato a uno degli incidenti nucleari più gravi della storia sia in sé molto coinvolgente, il baricentro dell’opera sta nel modo in cui elabora e complica il tema del conflitto tra verità e menzogna. Posto fin dalle prime battute del primo episodio, il problema del rapporto degli individui con la verità è il nodo concettuale con cui tutti i personaggi si confrontano, e di cui Chernobyl riesce a fornire un’esplorazione di rara complessità per uno show televisivo, con picchi di grande intensità intellettuale ed emotiva. Se da una parte, infatti, grazie all’impatto visivo delle orribili conseguenze del disastro, siamo indotti a sposare la contrapposizione frontale tra buoni e cattivi e a pronunciare un secco giudizio di valore sulle parti coinvolte (le dannose bugie del potere politico contro il salvifico impegno di rivelazione e riparazione degli scienziati), dall’altra, per merito di una sceneggiatura che conferisce assoluta dignità umana a tutti i punti di vista, inclusi quelli degli individui dai tratti più negativi, viene tessuto un discorso complesso che sgretola questa dicotomia rassicurante e ne problematizza i poli. Nelle maglie della realtà non semplificata il protagonista-eroe Legasov si scopre pronto a mentire mentre il codardo e sgradevole Diatlov si fa carico di una brutale onestà, e l’impulso alla purezza senza compromessi della scienziata Khomjuk deve fare i conti con la verità della sopravvivenza del pragmatico Šcˇerbina, che svela l’ipocrisia di una postura morale eretta al riparo dalle conseguenze, «because when it’s your life and the lives of everyone you love, your moral conviction doesn’t mean anything» (The Happiness of All Mankind). Tutto attorno, in cerchi via via più larghi, sfuma la presenza di infinite altre verità – la vecchia baba ucraina che si rifiuta di evacuare, i soldati mandati a sterminare gli animali domestici, gli apparatcˇ iki incapaci di accettare che il sistema statale avesse covato una bugia catastrofica – che sembrano erodere addirittura l’importanza della rivelazione centrale, il motivo del disastro, cruciale per i protagonisti, ma insignificante per chi è stato travolto e vuole solo tenere insieme i resti della sua realtà. Tutte verità che sono a pari titolo “verità di Cˇernobyl”, e con le quali la serie ci ricorda che, anche quando un mistero inspiegabile come l’esplosione di un reattore che non poteva esplodere viene risolto, sotto la chiarezza illusoria delle risposte restano sempre abissi di complessità.

allegoria81

Se l’uomo è l’aristotelico animale sociale, dovremmo aggiungere che è un animale che traduce. Fa sottotitoli a un film perché chi non conosce la lingua che vi si parla possa ascoltarla e capirla. Vende un frigorifero accompagnato da istruzioni in dieci lingue perché chi lo compra possa usarlo bene. Mette accanto a chi fa un viaggio ufficiale all’estero chi possa mediare fra due lingue e fra due mondi. Mette accanto a una poesia un’altra poesia: nella lingua in cui è stata scritta la prima volta, e in quella in cui viene riscritta, costruendo un ponte fragile ma indispensabile. 

(Pietro Cataldi) 

 

Teoria e critica

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