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Sergio Luzzatto - Max Fox o le relazioni pericolose

[ Einaudi, Torino 2019 ]

Perché Sergio Luzzatto, uno dei primi storici italiani a dedicarsi alla non-fiction, ha deciso di mettere in secondo piano la ricostruzione del caso della biblioteca dei Girolamini a Napoli nel 2012, per parlarci dell’artefice della razzia di libri antichi, l’ex direttore Marino Massimo De Caro? Abbiamo davanti un libro carico di tensioni e di punti ciechi, ma non è detto sia soltanto un pregio. Max Fox ha obiettivi precisi: Luzzatto intende raccontare la storia di De Caro, da universitario e carabiniere part-time a portaborse in parlamento, da avventuriero e falsario in Sudamerica a consigliere-ombra dell’imprenditore russo Viktor Vekselberg, dall’amore fraudolento per i libri antichi, con la falsificazione del Nuncius galileiano, alla biblioteca dei Girolamini eletta a personale parco-giochi, con i volumi antichi usati come porta-lattine. Luzzatto si concentra sull’uomo, ne segue le piste («Mi devo accontentare […] di seguire il racconto che De Caro ha scelto di farmi, e di guardare i materiali documentari che ha deciso di condividere con me») e prova per lui una crescente simpatia. Come è stato notato, Max Fox è anche la storia di un’attrazione confessata di Luzzatto – un professore universitario colto, moderatamente di sinistra, rispettoso delle leggi, attento a non sconfinare mai – per De Caro, privo di senso del limite, manipolatorio, bibliofilo senza alcuna reverenza per il passato, che guarda alla piccineria borghese degli accademici, di cui pure è figlio, con un disprezzo in fondo condiviso dall’autore. È una dinamica di identificazione narrativa propria di molta della migliore non-fiction di questi anni, quella in cui un narratore impersonale, costituzionalmente ambiguo e inafferrabile (come in Madame Bovary), è rimpiazzato da un testimone di seconda mano: una voce narrante con una prospettiva fissa, che vive e giudica per procura le esperienze di persone terze. Del resto, le biografie di Carrère e L’impostore di Cercas sono espliciti riferimenti. Eppure, qualcosa che quadrava nei modelli qui non torna. In chi ha scritto Max Fox tre personalità che dovrebbero convivere finiscono a volte per intralciarsi a vicenda: storico, giornalista, romanziere. Lo storico si chiama fuori subito («quello che ho voluto scrivere è un non-libro-di-storia») e Max Fox nasce anche da una rinuncia temporanea a questo mestiere, nel dubbio che chi lo svolge non «riesca sempre, volendolo, a distinguere il vero dal falso». D’altronde, la sfiducia nella storiografia, in particolare quella del presente come in Pierre Nora, è ribadita nelle continue, sovrabbondanti dichiarazioni di metodo e di scrittura – mentre De Caro, è sintomatico della contrapposizione fra i due, non sente mai il bisogno di giustificarsi su ciò che ha fatto. Il romanziere è incaricato di raccontare, senza condanne e con interesse sincero, la vita di un individuo fuori dalla norma, capace di parlare di riflesso del suo tempo e di riunire in sé una moltitudine di esperienze che i lettori spesso vagheggiano ma non arrivano a fare. Scegliendo di «non far suonare […] nessun’altra campana che quella di Massimo De Caro», gli restituisce le sue ragioni rendendolo talvolta, purtroppo, una figura bidimensionale. Il giornalista ricostruisce le vicende, si concede qualche pointe di stile un po’ corriva e libresca (le citazioni in latino) ma non lambisce nemmeno la completezza di dati che un reportage dovrebbe avere: non prova a scoprire in che consista il traffico di libri internazionale in cui De Caro era implicato, non indaga sulle holding in Argentina, non chiede mai conto dei rapporti di De Caro con un sottobosco politico-finanziario chiaramente complice. Quando lo fa, chiedendogli ragione della sua presenza «fra i mille intrighi del caso Tymošenko», De Caro replica (non senza una certa ironia): «Sergio, sei uno storico e fai lo storico. La politica internazionale lasciala a chi la può fare». C’è un punto in cui le contraddizioni della letteratura, da armi di forza, diventano dei limiti? Forse sì, quando far convivere anime diverse significa rinunciare a un pezzo importante di ciascuna.

allegoria81

Se l’uomo è l’aristotelico animale sociale, dovremmo aggiungere che è un animale che traduce. Fa sottotitoli a un film perché chi non conosce la lingua che vi si parla possa ascoltarla e capirla. Vende un frigorifero accompagnato da istruzioni in dieci lingue perché chi lo compra possa usarlo bene. Mette accanto a chi fa un viaggio ufficiale all’estero chi possa mediare fra due lingue e fra due mondi. Mette accanto a una poesia un’altra poesia: nella lingua in cui è stata scritta la prima volta, e in quella in cui viene riscritta, costruendo un ponte fragile ma indispensabile. 

(Pietro Cataldi) 

 

Teoria e critica

Il libro in questione

Il Presente

Tremila battute