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Bertolt Brecht - Me-ti. Il libro delle svolte

[ trad. it. di C. Cases, L’orma, Roma 2019 ]

Dio è morto. Marx pure. Ma Brecht sta benissimo. Lo testimonia la recente ripubblicazione del Me-ti. Il libro delle svolte, dopo decenni di assenza dalle librerie. Puntando nuovamente alla sua prosa “cinese”, L’orma segue il fil rouge dell’edizione einaudiana del 1970, ma riordinando il testo sul modello dell’ultima edizione tedesca e aggiungendo brani inediti e un ottimo apparato critico. Rimangono la traduzione di Cesare Cases, pressoché invariata, e il suo saggio critico, offrendo così al lettore contemporaneo anche una vivida testimonianza della ricezione di B. B. nel nostro Paese e del vivace dibattito intellettuale dell’Italia post-sessantottina. Incompiuto e di un’asistematicità ostentata, il singolare breviario di «regole di comportamento» è composto da Brecht in pieno esilio danese, nei tempi bui degli eccidi nazisti, delle purghe staliniane ma anche del liberale – ma non meno brutale – capitalismo d’Occidente. Per parlare di questioni tanto pericolose, il poeta fuggiasco sceglie, come nel Tuiroman, un mitico travestimento cinese che trasfigura personaggi storici, eventi politici e concetti filosofici. Stavolta, però, applicando la sua stessa massima sull’importanza di «vivere in terza persona», non risparmia neanche gli affetti più cari e se stesso: il famigerato Me-ti che dà titolo all’opera non è che lui. Diversi sono gli argomenti trattati nelle massime, nei racconti e nelle poesie che formano il manuale di condotta. In una continua dialettica tra Storia ed esistenza privata, centrali risultano le critiche all’oppressione di Hu-in (Hitler), ma anche le riflessioni sull’amore di Lai-tu (la collaboratrice Ruth Berlau) e quelle sulla letteratura e sull’arte. Sono largamente sviluppati i classici temi brechtiani come il primato della prassi, l’attenzione alla materialità dei bisogni umani, la necessaria convergenza tra egoismo e interesse generale. Su tutto primeggiano le dissertazioni sul Grande Ordine (il comunismo) e il Grande Metodo (la dialettica) in cui Me-ti si confronta con Ka-meh (Marx), Sa (Rosa Luxemburg), Lan-kü (Karl Liebknecht) e molti altri. Con un espediente a prova di censura, il testo è presentato come una traduzione da un’opera cinese il cui «nucleo centrale risale a Mo Di», un filosofo vissuto tra il V e il IV secolo a.C. La finzione rende più comprensibile la verità. L’inautenticità diventa libertà di scrivere e soprattutto di pensare, di guardare – e farsi guardare – con sospetto. Brecht, dunque, ci pone davanti a un esercizio mentale e scardina ancora una volta le nostre certezze, costringendoci all’intelligenza. Ma non solo. Brecht, anche questa volta, diverte. E lo fa in un modo nuovo rispetto a quello a cui decenni di immaginario hollywoodiano ci hanno assuefatto: nel modo di chi ha voluto fare dell’ironia corrosiva uno strumento di conoscenza. La sua è un’ironia all’insegna del paradosso, tutt’uno con l’ironia paradossale e terribile della Storia, giacché «per le persone prive di umorismo è generalmente più difficile capire il Grande Metodo». Più che all’impianto ortodosso del secolo scorso, l’irriverente lezione politica del Me-ti finisce così per allinearsi alla nostra disillusa sensibilità, perché il suo valore più importante è l’aver compreso, in tempi non sospetti, che ogni pensiero, anche di emancipazione massima, se si cristallizza in dogma si trasforma in feticcio, e diventa ostacolo alla sua stessa causa: «Guardatevi dalle persone che vi predicano che voi dovete attuare il Grande Ordine. Quelli sono preti. Leggono una volta di più nelle stelle una certa cosa che dovreste fare voi. In realtà per voi si tratta soltanto di mettere in ordine le vostre faccende: facendo questo create il Grande Ordine. […] Guardatevi bene dal diventare servitori di ideali; altrimenti sarete molto presto servitori di preti». Un insegnamento che, proprio nella distanza delle cineserie, parla soprattutto a noi, orfani di Dio e di comunismo ma non per questo meno oppressi, perché scova in concetti dati per spacciati, depurati dalle nomenclature, strumenti di una disarmante e non sperata attualità.

 

allegoria81

Se l’uomo è l’aristotelico animale sociale, dovremmo aggiungere che è un animale che traduce. Fa sottotitoli a un film perché chi non conosce la lingua che vi si parla possa ascoltarla e capirla. Vende un frigorifero accompagnato da istruzioni in dieci lingue perché chi lo compra possa usarlo bene. Mette accanto a chi fa un viaggio ufficiale all’estero chi possa mediare fra due lingue e fra due mondi. Mette accanto a una poesia un’altra poesia: nella lingua in cui è stata scritta la prima volta, e in quella in cui viene riscritta, costruendo un ponte fragile ma indispensabile. 

(Pietro Cataldi) 

 

Teoria e critica

Il libro in questione

Il Presente

Tremila battute