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Giacomo Sartori - "Anatomia della battaglia"

[Sironi, Milano 2005]

Esistono romanzi che, all’interno di un’architettura di genere estremamente semplice, pretendono di inserire grandi quantità di materiale narrativo e di gestire molteplici temi attraverso un’unica prospettiva. Non è questo il caso di Anatomia della battaglia di Giacomo Sartori, libro tutto focalizzato su un tema preciso e circoscritto, che viene messo in rilevo attraverso una sovrapposizione di forme diverse, dal romanzo di formazione al romanzo familiare. Sartori non gioca con i generi, ma tesse il suo romanzo con tutti quegli elementi che, pur nascendo nell’ambito di un genere specifico, vengono però da lui, per così dire, disseccati, ridotti ad un contributo essenziale. Ogni materiale narrativo è filtrato selettivamente nell’ottica che domina il suo libro: la vicenda occulta e sfuggente attraverso la quale, da una generazione all’altra, si trasmette l’attitudine alla guerra, il culto della violenza.

Il romanzo si apre su un confronto esacerbato, ossessivo, tra un giovane e il proprio padre. Il giovane è un aspirante scrittore, che studia materie scientifiche e che, dopo una militanza nella sinistra extraparlamentare, si lascia coinvolgere nella lotta armata. Il padre è un ex-fascista, rimasto fedele al regime, ormai appassionato unicamente di alpinismo. La voce narrante è quella del figlio, ipnoticamente concentrata ad evocare i gesti e i motti del padre, con l’intento di costruirne un ritratto implacabile ed esaustivo. Ma l’andamento da Lettera al padre acquista progressivamente un passo diverso: il dialogo impossibile con l’altro (la lettera mai consegnata) si trasforma in un dialogo con se stessi, con l’ombra dentro di sé del proprio padre, con la sua eredità silenziosa, trasmessa in profondità, fin nelle fibre del carattere.

Quest’analisi, però, pur svolgendosi nell’ambito dei cosiddetti “fenomeni psicologici”, è affrontata in modo autenticamente romanzesco: ogni passo in avanti nella coscienza del protagonista è provocato da un fatto specifico, da un mutamento degli equilibri all’interno di una determinata relazione umana. La coscienza cresce non in virtù di una sua avulsa chiaroveggenza, ma nel vischioso, accidentato procedere degli avvenimenti, per contraccolpi e rovesci. L’operazione di Sartori, insomma, non ha niente della tesi precostituita che deduce i propri sviluppi narrativi, nemmeno però si limita a ripercorrere in superficie eventi così cruciali come quelli della lotta armata. Spesso la memorialistica brigatista ha insistito sul legame di continuità esistente tra l’esperienza della “resistenza tradita” e la scelta, all’inizio degli anni Settanta, della lotta armata.

E anche in un’ottica storica si è comunque cercato di comprendere il fenomeno dell’eversione rossa in rapporto ad un possibile rapporto con le spinte rivoluzionarie nate in seno alla resistenza e soffocate negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra. Sartori va a cercare, invece, da tutt’altra parte. Non verso la parte soffocata, ma verso la parte rimossa. Questo romanzo si costruisce allora intorno alla natura acronica della rimozione, alla quale corrisponde il continuo andirivieni temporale dei brevi paragrafi che scandiscono in modo veloce e martellante l’intreccio. La mescolanza dei tempi, che costantemente giustappone segmenti narrativi lontani tra di loro, imita in profondità la stasi esistenziale, cui la rimozione collettiva costringe l’individuo costretto a crescere e a maturare dopo di essa.

Lo scioglimento del romanzo si attua poi attraverso una classica agnizione, ma interna al personaggio protagonista: il rivoluzionario leninista scopre in sé quel medesimo amore della guerra che ha odiato e biasimato nel proprio padre fascista. Anche in questo caso, non è la coscienza del figlio a progredire per virtù propria. Quest’ultimo subisce il contraccolpo di un incontro con una donna, che lo costringerà a rimettersi profondamente in discussione. Abbiamo d’altra parte elogiato nel lavoro di Sartori la piena realizzazione delle potenzialità conoscitive proprie del genere romanzesco. Un romanzo non costruito su di una coscienza libera e affabulante, e neppure su di un succedersi di fatti che trascinano con sé personaggi psicologicamente inerti, ma l’arte peculiare di considerare l’impatto e le conseguenze che gli eventi del mondo hanno su di una coscienza individuale.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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