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Pier Carlo Bontempelli - "SD. L’intelligence delle SS e la cultura tedesca"

[Castelvecchi, Roma 2006]

Riflettendo sulle implicazioni di una concezione materialistica della storia, Karl Marx si chiedeva come fosse possibile che gli uomini del suo tempo, egli per primo, traessero piacere dall’arte degli antichi greci, legata a un’epoca tanto lontana nel tempo e nell’organizzazione dei rapporti di produzione. La sua risposta, che l’arte dei greci rappresentasse «l’infanzia dell’umanità», è nota e notoriamente insoddisfacente. In realtà, come è stato dimostrato tra gli altri da Pierre Bourdieu ne La distinzione (1979), sono le istituzioni educative a funzionare come un ponte gettato sui secoli, riproducendo negli individui le disposizioni indispensabili non solo a godere di espressioni artistiche remote ma anche ad attribuire loro un valore intrinseco.

Il valore letterario è un prodotto sociale, una costruzione simbolica, e come tale va studiata nella sua storicità. In questa prospettiva Pier Carlo Bontempelli, professore di letteratura tedesca a Pescara, ha già scritto un’avvincente Storia della germanistica (Artemide, Roma 2000), la disciplina che, come da noi l’italianistica, ha nel mondo tedesco un ruolo primario nel costruire e amministrare il capitale simbolico della letteratura nazionale. Il quadro già tracciato nel capitolo sulla «Germanistica durante il nazionalsocialismo » viene ora ripreso e allargato nel nuovo volume, SD, dedicato al Servizio segreto (Sicherheitsdienst) delle SS e ai suoi tentativi di riorganizzare le discipline scientifiche e umanistiche nel Terzo Reich per adeguarle alla visione del mondo nazionalsocialista.

I due capitoli introduttivi, dedicati rispettivamente alla struttura dello SD e alla generazione di intellettuali che è andata a formarne i quadri dirigenti, sono seguiti da quattro studi che mettono a fuoco altrettanti problemi: l’attività dello Ahnenerbe, l’istituzione per lo studio dell’«eredità tedesca» alle dirette dipendenze di Himmler; i tentativi di nazificare la germanistica (cap. IV) e le scienze storiche (cap. V) nell’università; la discussione su come acquisire alla Weltanschauung nazionalsocialista l’eredità culturale di Goethe. Quest’ultimo aspetto è assai utile a lumeggiare le lotte attraverso cui il valore letterario viene riprodotto o messo in discussione.

Il mito di Goethe e del classicismo weimariano, osserva Bontempelli, era stato costruito dopo l’unificazione del 1870-71 dalla borghesia colta (Bildungsbürgertum), che attraverso l’opera di numerose istituzioni, dall’università alla Goethe-Gesellschaft, ne aveva fatto il centro simbolico della propria visione del mondo laica, elitaria, estetizzante, intellettualmente liberale e politicamente conservatrice. Il problema che si pongono gli intellettuali dello SD è come ereditare Goethe senza essere ereditati da quello che la sua opera ha significato fino a quel momento. Dopo alcuni maldestri tentativi di presentarlo come nazionalsocialista ante litteram, essi cominciano a insinuare che la sopravvalutazione di Goethe abbia portato a trascurare momenti della cultura nazionale ben più significativi per l’essenza della germanità, quali il medioevo e i rappresentanti del «movimento tedesco» Herder, Schiller, Hölderlin e Kleist.

Infine, quando la guerra è ormai perduta, Hans Rössner, giovane e brillante dirigente della sezione III C 3 «Volkskultur und Kunst» dello SD, mette da parte ogni reticenza per affermare che, nel conflitto tra l’idea tedesca di cultura basata sull’originaria purezza della razza germanica (il Volk) e il pensiero occidentale (greco-romano-giudaico- cristiano-umanista-illuminista e poi neoumanista e liberal-massonico), Goethe sta dalla parte del nemico. Rössner delinea uno scontro di culture, quella germanica e quella occidentale, tra loro inconciliabili. Se la Germania avesse vinto la guerra, e se la linea di Rössner si fosse imposta, è probabile che il peso di Goethe nella tradizione letteraria tedesca sarebbe stato naturalmente ridimensionato. La storia non si fa coi se, d’accordo, ma la vicenda insegna che il valore letterario, come socialmente si crea, socialmente si trasforma, e si può anche distruggere.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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