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Stefano Jossa - "L'Italia letteraria"

[il Mulino, Bologna 2006]

Dante, Petrarca, Boccaccio; Ariosto, Tasso, Marino; Foscolo, Leopardi, Manzoni; Nievo, Pirandello, Svevo: è attraverso questi autori che il libro di Jossa sull’identità italiana ricostruisce un processo che si intende problematico e si dipana poi invece come piuttosto canonico e conservatore, arrivando a perpetuare luoghi, forme e temi della tradizione (rispettivamente le accademie, i generi, l’amore). Se il libro poneva dunque nell’introduzione correttamente un problema – e fra i più attuali, in un mondo tutt’altro che identitario, o identitario in modo patologicamente fanatico – e cioè la ridefinizione della fin troppo scontata centralità formativa della letteratura nei nostri percorsi didattici e nei dibattiti intellettuali, scarsamente problematizzate risultano poi le argomentazioni addotte; la struttura costrittiva dei capitoli tematici induce inoltre l’autore a qualche insistita ripetizione degli stessi fenomeni ormai topici (il romanticismo mancato, il fascismo crocianamente tra parentesi ecc.) o, peggio, a qualche anacronismo: Ariosto tra Dante e Boccaccio, ma, intollerabilmente, il Sanguineti reisebildico tra stilnovisti e Petrarca, con genealogia impossibile che spiacerebbe al più ostinatamente dantesco dei nostri poeti contemporanei.

Proprio sulla contemporaneità il libro di Jossa mostra le lacune maggiori, arrestandosi su una soglia che non può non considerarsi oggi troppo arretrata, rispetto al privilegio accordato a un primo Novecento su cui inopportunamente si appiattisce il secondo, quando si considerano e si sovrappongono in modo a-critico tutte le avanguardie entro un unico progetto, banalizzato in conquista degli spazi di potere e rivoluzione mancata. Qui la critica di Jossa si appoggia a un luogo comune che slitta dal piano letterario al politico, con la taccia agli ex sessantottini di aver mirato alla esclusiva conquista degli spazi di potere. La questione com’è evidente riguarda l’ideologia prima della letteratura: il libro esce non a caso in una collana dedicata al rafforzamento di un’idea identitaria tutt’altro che pacifica.

Ma come si costruisce, secondo Jossa, l’identità? È proprio questo il cardine ideologico del libro: la letteratura, almeno quella italiana, è un dotto gioco di forme, un veicolo di temi eleganti di conversazione sapiente, entro un processo di elaborazione di un progetto di civiltà alternativo alla politica. I petrarchisti, e anche gli antipetrarchisti: tutti all’interno di un unitario sistema di forme, che appiattisce la dialettica feconda fra norma e trasgressione in un unico regolamentatissimo gioco erudito. Si impoverisce così quella dinamica che già Almansi ben rilevava, citando a sua volta Contini, tra una norma che ha bisogno della trasgressione per ripensarsi criticamente, e viceversa. Ma questa dialettica comporta non una negazione dell’impulso trasgressivo, bensì una piena rivalutazione della sua forza teorica e de-canonizzante.

Un tale errore di valutazione strutturale determina invece due fraintendimenti particolari del libro: uno riguarda, più marginalmente, un genere o meglio un modo, la parodia, qui ridimensionato a mezzo di riconsolidamento e ri-funzionalizzazione di codici e modelli, con evidente trascuratezza del dibattito contemporaneo, che la valuta invece come elemento sovversivo rispetto ai contesti dei modelli, proprio attraverso la finzione del perpetuarsi delle forme. L’altra è la riduzione delle avanguardie, e della neoavanguardia in particolare, a giochino eversivo in fondo innocuo, deprivato di una parte realmente costruttiva.

Ridimensionante e riduttivo, nei confronti soprattutto di Edoardo Sanguineti, che al momento pratico e cinico del “che fare” ha dedicato massima parte della sua opera e anche dei suoi interventi teorici (a partire dal capitale Ideologia e linguaggio). Di questi non si fa mai menzione, all’interno del libro di Jossa, che glissa, insieme, pur ponendo come centrale la questione dell’inganno e della menzogna in letteratura, su tutta l’opera, diversa ma tangenziale a quella della neoavanguardia, di Manganelli. Il problema è sicuramente di sede e di destinazione ma anche di scopi del libro: se la letteratura è un nobile ed alto divertimento può andar bene esaminarla in modo prevalentemente erudito. Se invece, come pare, ha una sua forte valenza ermeneutica e insieme fondativa, varrebbe la pena ripensare da capo alla sua identità come a un problema, e non in un bel trattato.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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