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Pier Vincenzo Mengaldo - “Sonavan le quiete stanze. Sullo stile dei «Canti» di Leopardi"

[il Mulino, Bologna 2006]

L’impressione che si ricava sin dalle prime pagine del libro è quella di un ritorno al passato. Per un insieme di motivi: per le categorie interpretative messe in campo, e quasi dimenticate nel lessico critico degli ultimi anni, per gli stessi riferimenti bibliografici, che rimandano (non tutti, naturalmente, ma molti) a una tradizione di studi, da Contini a Peruzzi, insigne e lontana nel tempo, per la prospettiva adottata che, con elegante noncuranza, non teme di annoverare fra i momenti «altissimi della poesia leopardiana» quella stagione idillica da tempo in disgrazia (con pregiudizio uguale e contrario a quello del leopardismo di mezzo secolo fa, si potrebbe osservare) nell’interesse dei critici. In ogni caso, niente di più lontano da una lettura “militante” o attualizzante di Leopardi, così sembrerebbe: passa quasi inosservata, nella sobria introduzione, un’affermazione tutt’altro che usuale, quale quella di Leopardi distante dal Romanticismo «non solo italiano ma anche, e ancor più, europeo».

Si è piuttosto catturati dall’acribia e dalla fluidità dell’analisi, che reperisce nei Canti i dati relativi agli indici stilistici selezionati (metrico-prosodici, sintattici, lessicali, retorici: a ciascuno, nell’ordine, è dedicato un saggio), intrecciandoli come le tessere di un mosaico, dove nulla resta meccanicamente inerte. L’immagine che il mosaico compone – ricostruita tuttavia secondo screziatissime sfaccettature – è quella di un Leopardi “classico”, da qualsiasi punto di vista: classico nell’ariosità ed equilibrio del verso, nel nitore e nella precisione lessicale, nell’adesione (anti-intellettualistica, si potrebbe aggiungere) all’oggettività fenomenica della natura e delle sue creature (p. 112), nel senso dell’«attenuazione» che costantemente accompagna la sua elaborazione formale. Infine, e soprattutto, per l’assenza, o estrema sobrietà di metafore, e in genere di figure analogiche.

Il capitolo IV («Leopardi non è un poeta metaforico», lapidariamente) è pervaso di lucida tensione teorica. Leopardi è lontano dall’esercizio metaforico del linguaggio – che unifica e confonde piani diversi – nella misura in cui non crede a un romantico istinto poetico, capace di rappresentare il superamento della scissione moderna dell’uomo e delle sue facoltà. Il rapporto poesia/modernità è e resterà per Leopardi di consapevole antagonismo (p. 9). Ed ecco che questo libro così sanamente tradizionale ci ha portati là dove non ci aspettavamo: a una implicita presa di posizione per un Leopardi inattuale, lontano dal Novecento simbolista e irrazionalista (p. 137). Un’autorevole conferma, per altra via, di una delle letture leopardiane più “impegnate”, pur nel rigore filologico dell’analisi, che mai siano apparse, quella di Timpanaro.

Ma con una differenza non marginale: il Leopardi di Mengaldo è classico per istintivo atteggiamento psicologico, si direbbe, più ancora che per meditata scelta culturale (classicista e polemicamente antiromantica): e infatti, uno degli elementi su cui più l’autore insiste è quello di «Leopardi poeta della ripetizione», in senso stretto (per la frequenza dei fenomeni di “geminazione”), e in senso ampio: ripetizione delle mosse stilistiche fondamentali, che risulterebbero istintive, naturali, quasi «primordiali». Di qui la particolare tonalità del libro, che pur nel riconoscimento dell’importanza, e della specificità, dell’ultima stagione poetica leopardiana, lascia trasparire, sottotraccia, l’inclinazione per «la semplicità candida, la familiarità, l’affetto», che assieme al «pathos», alla «frenesia », alla «rapidità» (p. 46) caratterizzano indubbiamente la fase idillica, o quella pisano-recanatese, con la sua pronuncia così intima e raccolta, «appena un rigo sopra la parola interiore».

Sì, per questa inestirpabile tonalità di fondo, pur tra le molte originali acquisizioni, un ritorno al passato. Ma non si desidererebbe fosse altrimenti, giacché proprio questo conferisce al libro (scritto con naturalezza e “discrezione” davvero leopardiane) un’inedita ariosità e freschezza di sguardo: qualcosa di cui gli studi leopardiani – da tempo avviluppati in faticosi, improbabili contorcimenti interpretativi – avevano gran bisogno.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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