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Elio Pagliarani - "Tutte le poesie (1946-2005)"

a cura di Andrea Cortellessa [Garzanti, Milano 2005]

La scelta di raccogliere in un unico volume – peraltro agile e accessibile – tutta l’opera in versi di Elio Pagliarani è da salutare, senza ombra di dubbio, con soddisfazione. L’«elefante» curato da Andrea Cortellessa arriva a colmare una lacuna editoriale vistosa e inopportuna. Vistosa e inopportuna stanti, da un lato, l’importanza – ormai riconosciuta – di un poeta come Pagliarani e, dall’altro, la difficile – e in certi casi ormai impossibile – reperibilità di alcuni suoi libri.

Finalmente, dunque, è possibile leggere tutti i versi di Pagliarani in un solo volume, che comprende anche le varie pubblicazioni disperse ma non gli inediti; così come non si dà conto delle varianti, anche notevoli e stratificate come nel caso della Ballata di Rudi, «fra anticipazioni su rivista e successive edizioni in volume». E certo una futura edizione critica della Ballata di Rudi – scrive il curatore nel saggio introduttivo – «sarà non solo un’impresa ardua, ma anche un eloquente spaccato del paesaggio sociale italiano lungo quasi quarant’anni di impressionanti metamorfosi», di cui il testo, nella sua lingua e nel suo ritmo, mostra l’identità concreta e profonda, alla maniera di un epos corale e tuttavia parodico e plurivoco.

Questa la posizione di originalità di Pagliarani nella poesia italiana del secondo Novecento, una posizione che Cortellessa mette in rilievo tracciando le linee che legano e intrecciano, anche nei tempi di composizione e pubblicazione, i risultati e le fasi della sua scrittura: da Cronache e altre poesie, libro primo e «più ricco di futuro», dove la voce si distingue, rispetto alla couche neorealista, perché già «personaggio linguistico» come nelle successive opere maggiori, alla parallela composizione di Inventario privato (1959) e del primo romanzo in versi, La ragazza Carla (1960); fino alla successiva lunghissima elaborazione (dal 1961 al 1995) del secondo, La ballata di Rudi, elaborazione che si intreccia profondamente con altre due direzioni di ricerca: quella degli esperimenti sulla fisica verbale (Lezione di fisica, 1964, «capolavoro assoluto ed estremo», e il successivo Lezioni di fisica e fecaloro, 1968) e quella recente del «cut up allusivo e straniante », che «delega per intero alle risorse decontestualizzanti del montaggio l’inversione parodica, e dunque il rovesciamento di senso, dei testi originali » (da Esercizi platonici, 1985, a Epigrammi da Savonarola Martin Lutero eccetera, 2001).

Congedando il volume, Cortellessa richiama l’attenzione sulla presenza di Pagliarani «presso i giovani sperimentatori a cavallo del Novanta». E certo, a ben vedere, è difficile dargli torto: ancora non sufficientemente valorizzato da studi critici, Pagliarani è, al contrario, molto presente fra le letture di autori più giovani, anche perché capace di precorrere certi fenomeni e di gettare semi fecondi per lo sviluppo di una nuova tradizione in versi, che torna a fare i conti con l’oralità (sia nel senso dell’ingresso di dosi di lingua parlata nel testo, sia nel senso di una scrittura che presuppone, nella sua fisiologia, un’esecuzione vocale), che si contamina con altri generi e altre arti (il romanzo, il teatro, la musica, il cinema), che sonda, facendo perno sulla fisicità del ritmo, sulla pratica della parodia, del montaggio, del cut up straniante, le possibilità attuali di un epos corale, e perciò paradossale.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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