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Erich Auerbach - "La corte e la città"

[Carocci, Roma 2007]

Esce per Carocci, con una nuova introduzione di Mario Mancini e il titolo mutato in La corte e la città. Saggi sulla cultura francese, la ristampa della raccolta auerbachiana Da Montaigne a Proust pubblicata quasi quarant’anni fa dall’editore De Donato e poi ripresa da Garzanti. Nel libro si possono individuare almeno tre motivi fondamentali: il pubblico, il problema del realismo, la secolarizzazione. Nel percorso critico di Auerbach l’attenzione nei confronti del pubblico è un dato costante: ciò appare tanto più comprensibile quando si pensi alla concezione auerbachiana della letteratura e del suo rapporto con la realtà. Attraverso l’analisi del nesso tra creazione e ricezione, il critico s’interroga sull’incidenza dell’opera, sul suo legame con la società, dunque anche sulla sua capacità di determinare, orientare e modificare ideologia, gusti, sensibilità dei lettori.

L’analisi dei processi di fruizione, insieme con quella della composizione sociale del pubblico, diviene così uno dei momenti fondamentali del suo Zirkel im Verstehen: essa consente di collocare l’opera in un quadro più vasto di connessioni storico- culturali e di svelarne così l’intenzionalità profonda. All’analisi sociologica si lega però intimamente quella stilistica: anzi, proprio dallo stile prende avvio il discorso del critico. Auerbach può così fare della caratteristica espressione “la cour et la ville” il punto d’attacco (l’Ansatz) della sua indagine: essa riassume in sé l’idea della stretta alleanza tra il re e il suo seguito da una parte e un certo strato della popolazione cittadina (il patriziato borghese) dall’altra: solo tale alleanza, inoltre, rende possibile per Auerbach «l’unità culturale che si manifesta intorno al 1660, e che sta alla base della fioritura classica ».

Analizzando questa espressione nella varietà – sempre sociologicamente significativa – degli usi e delle sfumature con cui compare in Molière, Boileau, Ménage e in molti altri scrittori del Seicento francese, il discorso auerbachiano si allarga sino a farsi descrizione storico-culturale d’un’epoca. In tal modo sociologia della letteratura e Stilkritik divengono anche gli strumenti ermeneutici privilegiati per riflettere sul problema del realismo: attraverso l’analisi della composizione sociale del pubblico francese del XVII secolo, Auerbach giunge ad esempio a caratterizzare in modo molto preciso i nuovi valori in cui esso si riconosce, la vraisemblance e la bienséance. Esemplarmente incarnati dalla tragedia classica francese, essi comportano il rifiuto, in nome del sublime, della creaturalità, e separano nel modo più netto il tragico da quella «realtà quotidiana che ha prodotto la letteratura europea».

E proprio le categorie fondamentali adottate da Auerbach, legate allo spirito e alla tradizione cristiani (mescolanza degli stili, sermo humilis, creaturalità) rimandano al terzo Leitmotiv di questa raccolta, ovvero quello della secolarizzazione e del rapporto, dunque, tra il cristianesimo e l’umanesimo moderno: la vicenda del pensiero e della letteratura moderni appare qui infatti segnata dal processo di progressiva mondanizzazione della religione cristiana. È nel corso di tale processo che si delineano i caratteri essenziali del moderno realismo nella cultura e nella letteratura europee.

Emerge soprattutto dal saggio sul realismo politico di Pascal e da quello su Rousseau, teso a ricostruire la critica di stampo ancora cristiano che l’autore del Contratto sociale muove alla corruzione della società moderna, la convinzione del carattere irreversibile della secolarizzazione. Quest’ultima trova proprio nella letteratura realistica e nella mescolanza degli stili che la caratterizza una delle sue espressioni più significative.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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