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Francesco Orlando - "Infanzia, memoria e storia da Rousseau ai romantici"

[Pacini, Pisa 2007]

Pubblicato una prima volta nel 1966, Infanzia, memoria e storia da Rousseau ai romantici è un libro solido, attuale e raro. Attraverso una indagine sul racconto autobiografico d’infanzia, Francesco Orlando passa in rassegna un periodo che, a dispetto del titolo, non si arresta al romanticismo, ma guarda alla narrativa del Novecento – a Joyce, Kafka, Musil ma soprattutto a Proust. Adottando uno sguardo di lunga durata, Orlando non riduce la ricerca a un’analisi di puri contenuti, anche perché l’infanzia, soprattutto a partire dal Novecento, non è un semplice tema della letteratura «ma un presupposto primario, invadente e spesso determinante della condizione umana».

Archetipo della nuova sensibilità autobiografica sono le Confessioni di Rousseau, che influenzeranno la memorialistica francese fino al 1848. Rousseau è il primo scrittore capace di indugiare su ricordi infantili, spesso puerili o gratuiti, al solo scopo di ottenerne piacere. Ma il nuovo modello si diffonde anche per motivi extratestuali: per la crisi della concezione cristiana della morte, che gli ideali dell’Illuminismo hanno scardinato; e per la Rivoluzione del 1789, che tinge di rimpianto retrospettivo i ricordi di un’infanzia vissuta sotto l’Ancien Régime.

Il 1789 incide così profondamente sui racconti di infanzia dei memorialisti francesi da poter essere considerato il punto d’avvio di un nuovo ciclo autobiografico che troverà compimento nel 1848 con la fine del processo di ascesa della borghesia. Orlando si muove sempre su due piani, l’analisi testuale e la storia, mostrando un’attenzione particolare per l’evoluzione dei rapporti sociali. Il suo principale modello teorico è Mimesis. Applicando il metodo auerbachiano dei campioni, Orlando risponde ad una duplice esigenza: offrire uno sguardo d’insieme sull’intera opera di un autore a partire dai singoli passi citati, e usare i testi letterari come documenti in cui si manifesta la mentalità di tutta un’epoca. L’analisi non segue sempre l’ordine sintagmatico.

Attraverso la pratica della scomposizione del testo in «un gran numero di tesserine di un mosaico», elementi non consecutivi vengono riorganizzati in un nuovo ordine tutto interno, provvisorio e sperimentale. Alla base di questa scomposizione non presiedono più principi comparativi, ma associazioni che devono molto all’esistenza della psicanalisi. Per un lettore già a conoscenza del futuro Ciclo freudiano (che inizierà a uscire solo cinque anni dopo la prima pubblicazione di questo volume) un simile uso metodologico della dottrina psicanalitica – che prescinde dai contenuti tipici da essa analizzati – non può non apparire già maturo.

Sembra di intravedere nelle parole di Orlando, da sempre fiero avversario dell’autoreferenzialità letteraria, gli sviluppi dei lavori teorici successivi che giungeranno a definire i territori di confine tra il linguaggio letterario e quello dell’inconscio: «come metodo interpretativo tendente ad abolire il caso […] la psicanalisi ha riscattato l’irrazionale umano dalla sua stessa definizione privativa, e dunque, potenzialmente, l’espressione metaforica o poetica da ogni più o meno mistica ineffabilità».

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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