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Aa. Vv. - "A che serve la Letteratura e il suo insegnamento?"

[Lisi, Taranto 2007]

Il libro A che serve la Letteratura e il suo insegnamento? raccoglie, su iniziativa del Seminario di Filologia Francese, circa quaranta interventi di specialisti e non specialisti. Innesca un dibattito largo e approfondito sul tema indicato dal titolo, ma non riesce a dare risposte esaustive, e alla fine il volume si rivela una raccolta eterogenea di definizioni essenzialistiche della letteratura. Di fronte a definizioni assolute del fatto letterario si possono assumere diversi atteggiamenti: ironizzare sui «logori topoi del culto scolastico del Libro o delle rivelazioni heideggero- hölderliniane degne di rimpinguare il “florilegio bouvardo-pécuchetiano”» (P. Bourdieu) oppure affermare sconsolati che, nonostante i continui tentativi, «l’ipotesi che nel linguaggio poetico si possano individuare caratteri specifici resta a tutt’oggi indimostrata» (F. Brioschi - C. Di Girolamo).

Cercheremo di andare oltre queste reazioni toutcourt negative, per cogliere, tra le costanti e le varianti dei diversi contributi, ciò che emerge da questa inchiesta. Innanzitutto la domanda di partenza: a che serve oggi interrogarsi sull’utilità della letteratura e del suo insegnamento? Nel corso dei decenni passati, una domanda del genere sarebbe nata dall’urgenza di una riconversione politica di tutti i saperi (si pensi all’affermazione della «insostituibilità del discorso poetico e letterario» presente nelle prefazioni a Verifica dei poteri di Fortini), oppure dall’ “idealismo intersoggettivo” (Deleuze-Guattari) dell’ermeneutica, dalla fiducia che si possa sopprimere la distanza critica e che «l’osservatore possa fare tutt’uno con l’opera» (H. G. Gadamer), permettendo l’intuizione dell’universalità.

Oggi la domanda sembra dettata non dal bisogno di egemonia di un sapere forte, ma dall’esaurimento di una tradizione di lunga durata che affidava alla letteratura un ruolo sociale importante. Secondo Jacqueline Risset, la scrittura letteraria come «pensiero della complessità » (p. 72) è stata sostituita da altri saperi. Per William Marx, la letteratura ha rinunziato nel XX secolo al suo duplice carattere di conoscenza e di piacere piacere, chiudendosi in un algido e tagliente autotelismo: per uscire da questa autosvalutazione bisognerebbe rifondare la ricerca e l’insegnamento, affermando che la letteratura è l’arte in cui il piacere è frutto di una conoscenza, di una forma del pensiero, e non di un gioco del linguaggio – «mais, pour parvenir à ce résultat, il faut d’abord persuader les étudiants que la littérature concerne le monde» (p. 56).

La conclusione di William Marx coincide con quella di Francesco Orlando, che invita ad abbandonare le mode dell’autoreferenzialità e dell’intertestualità per «tornare a interrogarsi in modo originale sulla parte di mimesi e sulla parte di convenzione che fondano ogni arte» (p. 62). Al di là di questi e di pochi altri interventi (Luperini, Moretti) bisogna però constatare che la riflessione sulla marginalità, sulla crisi attuale del campo letterario, nella ricerca e nella scuola, non compare nella stragrande maggioranza delle risposte all’inchiesta. La letteratura è un valore irrinunciabile, sembrano dire quasi tutti gli intervenuti, ma il presente non sa coglierlo e rischia di perdere questo strumento di conoscenza e liberazione.

L’apologia della Letteratura (con la maiuscola anche nel titolo del libro) e del suo insegnamento è l’opzione adottata per non vedere e conoscere la situazione reale della letteratura: è la contraddizione di chiedere un ruolo sociale per quest’arte affermandone al contempo la separatezza. «L’art littéraire est irréductible aux autres» (p. 94), recita l’appello della Maison des Écrivains inserito nel volume.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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