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Massimo Fusillo - "Il dio ibrido. Dioniso e le «Baccanti» nel Novecento"

[il Mulino, Bologna 2006]

La figura di Dioniso è stata variamente rielaborata e interpretata nel corso dei secoli; ne è stato sottolineato ora il lato notturno e distruttivo, ora quello liberatorio e luminoso. Prefigurazione di Cristo o figura dell’Anticristo, è stato nel Rinascimento il dio della vitalità, del vino e dei sensi; è diventato nel Romanticismo personificazione delle pulsioni nascoste e infine, divenuto categoria universale con la Nascita della tragedia di Nietzsche, si è aperto alle moderne letture antropologiche e psicanalitiche. Fusillo, pur dialogando con questa stratificazione di significati, non ricostruisce tutta la storia della ricezione della figura di Dioniso e si concentra sul Novecento. Ma si badi bene: il taglio non è solo cronologico. Il libro non ripercorre semplicemente, da buon saggio di critica tematica, le apparizioni novecentesche del dio o del tema dionisiaco attraverso l’analisi di testi teatrali, letterari e cinematografici, ma riflette sul significato del ritorno del mito nel Novecento.

Attraverso l’analisi delle Baccanti di Euripide Fusillo fissa le polarità connesse al dio (io/altro; nativo/straniero; maschile/femminile; gioventù/vecchiaia; umano/divino; umano/animale; corpo/mente) destinate a rovesciarsi e a essere continuamente messe in discussione. «Il nucleo profondo del mondo dionisiaco è proprio la coesistenza fra l’esplosione violenta della passione e la sua ricodificazione: fra il caos e il ritorno all’ordine, fra il magma e la sua espressione, fra i linguaggi non verbali del corpo, della musica, dello sguardo, e le strategie della retorica. Il dionisismo ci suggerisce così che emozione e pensiero sono due logiche che si ibridano di continuo fra di loro» (p. 8).

Scavalcando a ritroso le letture notturne o diurne di Dioniso Fusillo recupera l’ambigua fuggevolezza del dio codificata da Euripide, la sua destrezza nel rimanere sulla linea che separa concetti fluidi in polarità rigide, il suo potere di convincere l’altro a scavalcare quella linea e rompere gerarchie e demarcazioni. Non è un caso che proprio il ’68 sia un anno cardine nella riscoperta di Dioniso, e Fusillo non manca di notarlo. Dopo una rassegna che spazia fra le riprese dirette del testo euripideo, per lo più a teatro ma sconfinando volentieri nel campo delle performances e delle arti visive, è soprattutto il terzo capitolo – L’incontro perturbante con il dio – che risulta interessante.

Sono «esercizi di critica tematica» che, muovendosi questa volta soprattutto fra letteratura e cinema (fra gli altri Losey, Mann, Visconti e Pasolini), si allontanano progressivamente dalla diretta filiazione euripidea, liberandosi «dall’ottica ristretta e riduttiva dello studio delle fonti» per focalizzarsi su «consonanze generali col mondo dionisiaco» che si concretizzano nei testi «attorno all’emergere massiccio di una logica altra» (p. 186). La vitalità novecentesca delle polarità dionisiache depositate nella cultura e nell’immaginario si spiega con le parole di Schechner a proposito del suo spettacolo Dionysus in 69: «This god is our creation, and his terror and beauty extensions of our own possibilities. No abstract deity handed down through literature, Dionysus in the garage is the energy of all focussed through one» (p. 90).

Dioniso cessa di essere mera creatura letteraria e diventa catalizzatore di energie e riflessioni, mentre la critica che si occupa di lui finisce per aprirsi a questioni che riguardano da vicino la società, proponendo un modello culturale mobile e l’idea che la creazione dell’identità – in primis quella sessuale – «non sia un’essenza rigida, una prigione in cui chiudersi, da difendere con nuove forme di tribalismo, ma un processo ibrido e dinamico» (p. 13). Il pregio indiscutibile del saggio, che si muove fra l’analisi attenta e minuta e l’apertura teorica, non è solo di scoprire la rinnovata vitalità del mito o di coniugare il confronto fra i modelli e le riscritture con una riflessione sui mutamenti dei paradigmi culturali, ma soprattutto di non chiudere la critica letteraria in sé stessa.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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