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Antonio Scurati - "La letteratura del'inesperienza. Scrivere romanzi al tempo della televisione"

[Bompiani, Milano 2006]

«Come può raccontare la guerra uno per il quale la guerra è stata uno spettacolo televisivo?». Scurati, romanziere al suo esordio (Il rumore sordo della battaglia, 2002), si era già provato a un confronto diretto con il problema della perdita dello statuto di realtà della violenza. A partire dal mito della guerra come mito dell’esperienza, Scurati è tornato sul problema e lo interroga con gli strumenti del critico e del teorico, con un bilancio vasto e avvilente sulle relazioni perdute tra narrazione e vita reale che porta alle estreme conseguenze la riflessione aperta, in un saggio celebre, da Walter Benjamin, il primo a parlare del romanzo come di una «profezia del declino dell’esperienza».

Se già nel 1936 Benjamin poteva riconoscere in questa diffrazione la condizione immanente del romanziere moderno che, nella rapidità dei mutamenti storici, deve farsi da parte e non può che limitarsi al racconto di una memoria privata, Scurati vede in Internet, nella patologica rete delle chat, nella convulsa proliferazione dei blogs, il sintomo di un bisogno di comunità, di narrazione collettiva, di esperienza condivisa, solo illusoriamente appagato dalla dimensione “del virtuale in tempo reale”. Ma prima del divorzio c’era stato il tempo dell’idillio, prima della diffrazione i giorni dell’immediatezza.

E se Benjamin ha provato che nella storia letteraria quell’idillio coincideva col genere epico e con il patrimonio storico-esperienziale di una collettività che si riconosceva nel suo narratore, per l’Italia quei giorni d’armonia coincidono col dopoguerra, non a caso anni di esplosione letteraria, anni in cui l’esperienza non aveva risparmiato nessuno, anni in cui il pubblico – per citare il Calvino caro all’autore, quello de Il sentiero dei nidi di ragno – strappava le parole di bocca allo scrittore. Quella del neorealismo sarebbe stata per Scurati l’ultima occasione di un umanesimo letterario, di una comunione tra vivi, morti e non-ancora-nati, nella fiducia incoercibile della trasmissibilità dell’esperienza.

Il punto è che oggi l’esperienza del singolo non riesce più a stagliarsi sullo sfondo del racconto del mondo, ovvero l’esperienza si fa non-tramandabile. Scurati mette giustamente in relazione la diffusione del noir e del fantasy con una realtà che ci sottrae continuamente il senso: «Chi sparò a John Fitzgerald Kennedy? […] Ma soprattutto chi mise la bomba a Piazza Fontana il 12 dicembre del 1969?» (p. 24). E il rosario di domande andrebbe continuamente e perversamente aggiornato nello sfoglio delle pagine di cronaca, nell’impotenza o nella rinuncia delle autorità preposte a trovare una soluzione al plot.

Impietosamente lucido nella descrizione di un fenomeno che, come brusio di fondo, come white noise planetario, ci ha assuefatti a una realtà comatosa in cui la televisione ci sottrae all’esperienza, Scurati attacca la natura violentemente performativa del racconto massmediatico: «Questo racconto fa accadere ciò che rappresenta, lo pone in essere dicendolo […]. E può farlo soltanto perché questo racconto non ha inizio né fine, non mette capo a niente» (p. 56). E però gli si può rimproverare, nel momento in cui chiama gli scrittori alla resistenza, di aver tenuto in poco conto la resistenza, inconsapevole e genuina, che strenuamente continua a praticare il Lettore.

Perché si continua a leggere fiction, i plot continuano a proliferare, il lettore di romanzi, come scriveva Benjamin, continua a cercare nella trame un ordine comprensibile che illumini quel senso che la vita nega. Nel brodo dell’insignificanza massmediatica la letteratura – anche quella con la “l” minuscola – rimane un largo e confortevole salvagente.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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