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Ivan Tassi - "Storie dell'io. Aspetti e teorie dell'autobiografia"

[Laterza, Roma-Bari 2007]

Un conflitto emerge fin dal titolo del volume di Ivan Tassi, tra il plurale «storie dell’io» (e ancora nell’indice: «miraggi», «derive», «approdi», «ostacoli», «collisioni », ecc.) e il singolare «autobiografia». Il singolare sembrerebbe annunciare un saggio su un genere, per quanto proteiforme. Ma i plurali mettono le mani avanti: di questo genere non si daranno definizioni di sorta, e non si disegnerà nessun percorso: né tipologia né storia. Il saggio si impegna anzi a demolire una «ossessione teorica e definitoria» inutile e «defatigante» (pp. 21-22). La questione principale è quella delle sovrapposizioni tra autobiografia e romanzo. Se è bene ribadire, dice l’autore, che la linea che separa l’autobiografia (singolare) dal romanzo è «sottile ma non trascurabile», perché questa si fonda su una «maggior verità» (p. 131), si deve arrivare alla conclusione, dice sempre lo stesso autore, che autobiografie e romanzi sono indistinguibili (p. 77).

Non ci porta più lontano la fortunata teoria del “patto autobiografico”, incalza Tassi. Il quale fa torto a Lejeune, che ha smesso di credere in una geometria tassonomica datata 1975. Più indulgente Tassi è con Gusdorf, in virtù dell’idea di menzogna come «prospettiva generale e metafisica di ogni scrittura dell’io» (p. 83) che non è estranea al suo discorso. Anche se gli piace insistere, più che sulla metafisica, sulle modalità individuali con cui menzogna e verità confliggono. È questione, insomma, da un lato di “stili” individuali (Starobinski), dall’altro di quelle “tracce” che l’autobiografo dissemina nel testo, e che il lettore è invitato a seguire (Lavagetto). Bene, ma allora perché non una raccolta di letture guidate da un’idea (come fa appunto Lavagetto), bensì un saggio sul genere autobiografico (singolare), e su un “io” che, per quanto siano varie e plurali le sue strategie, sembra comportarsi come fosse un unico personaggio?

A questo io, diverso ma uguale, ignaro di storia e geografia, si dà anche un nome proprio: Narciso (p. 124). In realtà, nonostante il sospetto che «la critica più perniciosa sia quella che si ostina a proliferare, in modo indefesso e parassitario, intorno ai grandi testi » (p. 21), è proprio a un repertorio omogeneo di grandi testi letterari perlopiù moderni che Tassi rivolge la propria attenzione mettendo in scena un pirotecnico spettacolo di voci, aneddoti, storie: microprelievi sapientemente incastonati (604 note in 161 pagine) in una struttura unitaria che però non si vuole tale e a ogni passo si diffrange in un caleidoscopio di colori. Non serve dare la caccia agli indizi per capire che Tassi ha una spiccata predilezione per la funzione «narcissica» (p. 109) che presiede alla composizione dei testi autobiografici (e saggistici), in particolare quelli che rifiutano una storia (singolare) dell’io.

Per esempio Montaigne, che semina tracce guidandoci con «passo confuso» in un «labirinto» che non ha centro, dove «i contrari bisticciano, si annullano l’uno con l’altro», neutralizzando ogni criterio di veridicità: «un magma che rischia di confondersi con il nulla» (pp. 135-139). Non si può dire che Tassi non abbia una sua poetica, che tende a coincidere con quella che attribuisce, in modo del tutto esplicito e onesto, all’oggetto di osservazione: i lettori, ci dice, «sono sempre “lettori di se stessi”, e anche altre tipologie letterarie, oltre all’autobiografia, fornirebbero loro “una lente di ingrandimento” per scrutare dentro di sé» (p. 129). Come dire: un genere vale l’altro.

Ecco dunque, dietro tante storie (plurali), emergere finalmente il vero oggetto di studio (singolare) di questo libro: non l’autobiografia, bensì l’autore-Narciso, che si rispecchia nell’autobiografo-Narciso e ne imita gli stratagemmi (p. 109). E quel labirinto di testi in cui Narciso si nasconde: «Nelle reti di questa splendida struttura di coercizione, possiamo spaziare: provando addirittura il piacere di chi rimira se stesso negli scaltri andirivieni del genio altrui» (p. 144). Addirittura? Geniale.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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