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Riccardo Capoferro - "Frontiere del racconto. Letteratura di viaggio e romanzo in Inghilterra"

[Meltemi, Roma 2007]

Il libro di Riccardo Capoferro, Le frontiere del racconto, si presenta come un saggio sulle fonti, che però, allergico a qualsiasi tentazione erudita, orienta costantemente il discorso intertestuale in direzione di una specifica ipotesi critica. In particolare l’autore intende dimostrare il ruolo determinante giocato dalla letteratura di viaggio, nell’Inghilterra a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, nel passaggio dal romance al novel. L’obiettivo è pienamente riuscito se il lettore può toccare con mano come il primo romanziere moderno inglese, Defoe (a cui Capoferro ha tra l’altro dedicato una monografia nel 2003), assuma il modello narrativo dei resoconti di viaggio per rovesciarlo completamente.

Del resto, caratteristica precipua della travel literature è quella di essere un genere riconducibile pienamente al romance – lo straordinario e il meraviglioso sono i suoi tratti costitutivi –, ma già con elementi in forte controtendenza: in questi testi, ad esempio, sono immancabili le dichiarazioni volte a stringere un “contratto di veridizione” con il lettore (la più comune è quella che nega la natura romanzesca della cronaca di viaggio), ed evidenti sono le strategie per conferire attendibilità al narratore (inutili descrizioni dettagliate, lessico scientifico, gusto per la catalogazione, “pleonasmo numerico”).

È Defoe a compiere il passaggio dalla veridicità (dichiarata) del resoconto di viaggio al “verosimile” del romanzo, sebbene i suoi testi non siano immuni da elementi di romance. Ci vorranno i Gulliver’s Travels a parodiare qualsiasi forma di “meraviglioso”, chiudendo definitivamente un’epoca, quella del romance appunto, e aprendone un’altra che conduce alla moderna letteratura: «l’istituzionalizzazione del novel – scrive infatti Capoferro – è leggibile come una stigmatizzazione dello strano e del sorprendente» (p. 216). E infatti, di lì a poco, possiamo aggiungere a conferma di quanto sostiene l’autore, l’auerbachiana «conquista letteraria del quotidiano» sarà totale, e, proprio in ambito inglese, la linea Fielding-Austen-Eliot non farà fatica ad imporsi. Ma le cause di tale rivoluzione non sono tutte letterarie.

Sulla scorta teorica e del marxismo di Jameson e della semiotica interpretativa, nella convinzione che l’orizzonte di attesa contribuisca in maniera decisiva alla realizzazione di un genere, Capoferro si sofferma sull’importanza che l’ideologia protestante e il razionalismo moderno hanno avuto nella creazione della forma romanzo. È qui che da un punto di vista metodologico il volume raggiunge i risultati più alti, riuscendo a conciliare approcci testuali diversi: filologico (l’intertestualità e lo studio delle fonti), teorico (Jameson, la semiotica, il formalismo russo), critico-interpretativo (dagli aspetti formali a quelli tematici).

Senza che tutto questo appesantisca il testo. Al contrario il volume ha un taglio estremamente comunicativo, ma non semplicistico, volto a ricercare un pubblico di lettori più ampio di quello di soli specialisti. E che questo sia un intento sotteso al volume, lo dimostrano ancora di più quei brevi, e isolati, momenti in cui l’autore avverte l’esigenza di fornire spiegazioni di ordine teorico (sullo straniamento, su Bachtin, ecc.) o nell’annunciare di cosa si occuperà il paragrafo successivo; assumendo però talora un tono eccessivamente didascalico: piccola menda, l’unica, ad un libro di alto profilo critico e teorico.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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