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Claudio Pavone - "Prima lezione di storia contemporanea"

[Laterza, Roma-Bari 2007]

«Sul tempo presente gravano molteplici lunghe durate, che hanno preso avvio in tempi diversi e che si intrecciano con periodizzazioni molteplici» (p. 156). La storia contemporanea presentata da Pavone in questa «prima lezione» non sembra lasciare troppo spazio, da un lato, a suggestioni presentiste, o a semplicistici novecentismi scolastico-ministeriali. La questione della periodizzazione è affrontata in maniera molto articolata, ma rimane ferma, direi, la scelta a favore di un arco cronologico più che bisecolare, scandito, come termine iniziale, dalle rivoluzioni politiche ed economiche di fine Settecento (p. 142); ed il caso proposto a titolo esemplificativo nella parte finale del volume, un itinerario attraverso la politica e le istituzioni della storia europea ed occidentale contemporanea, dalle costituzioni liberali alle esperienze del totalitarismo, si snoda per l’appunto attraverso questa periodizzazione lunga.

Di fronte a questa generale individuazione dell’oggetto vanno però segnalati vari elementi di tensione, legati al fatto che la preoccupazione dominante di Pavone, rispetto alla definizione dell’ambito della storia contemporanea, non sembra essere di natura tecnico-disciplinare, ma, in senso lato, etico- politica, e volta alla discussione delle condizioni e delle implicazioni della scrittura e della comunicazione storica in età contemporanea. In questa prospettiva, più dell’interessante e ricco capitolo sulle fonti, ad esempio, appare centrale quello su memoria e storia contemporanea, che riprende temi negli ultimi anni sin troppo pervasivi.

Pavone già nell’esordio si pronuncia a favore di una concezione antideterminista e antiriduzionista della storiografia; e dando la parola alla Beatrice del canto VII del Paradiso – Dante compare più di una volta nelle pagine di Pavone – sottolinea come lo storico debba sempre tener conto che «d’un atto uscir cose diverse» (p. 58). Altrove, in margine ad una citazione evangelica, si rileva come alla storiografia non si addica un’attitudine seccamente oppositiva: se quel che è detto al di là del sì e del no «“viene dal Maligno” – occorre riconoscere che la maggiore, forse la migliore, parte della storiografia viene dal Maligno» (p. 132).

Date queste premesse, la scelta conseguente a favore di una storiografia aperta e “comprendente” – sanamente relativizzante, lo si potrà dire? – trova ostacolo, sul terreno della memoria, negli orrori novecenteschi, e nel timore di una caduta del tono morale nel dibattito contemporaneo. Una storia contemporanea memorializzata tende ad abbreviarsi – le «dispute» della storia contemporanea «sono sottoposte al diretto controllo dei protagonisti, e dei loro immediati discendenti» (p. 22); si riaffaccia l’interrogativo sul primato dell’autopsia o sul privilegio dei posteri; e sull’impianto e sui possibili esiti della ricerca, come nel caso della discussione fra Broszat e Friedländer a proposito della «storicizzazione del nazismo» (p. 62) si mantiene una pregiudiziale di tipo etico.

Anche su questo punto, come in tutto il volume, l’argomentazione di Pavone è sfumata e complessa, ma si percepisce la necessità di introdurre qualche spunto dirimente. Bisognerebbe discutere a lungo attorno all’osservazione di Anna Rossi-Doria sul fatto che «in un certo senso la memoria rifiuta la morte e la storia la accetta» (p. 70); l’odierna ipertrofia memoriale sembrerebbe confermarne la fondatezza, imponendo una compresenza, una contemporaneità cumulativa, addizionale, in contrasto non solo con i codici, ma con i presupposti taciti dell’esperienza storiografica.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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