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Pier Vincenzo Mengaldo - "La vendetta è il racconto. Testimonianze e riflessioni sulla Shoah"

[Bollati Boringhieri, Torino 2007]

Fin dalla Premessa al suo ultimo libro Mengaldo sente l’esigenza di limitarne la portata: «Le pagine che seguono sono per definizione provvisorie e manchevoli, e non solo perché chi le ha scritte si è avventurato su un terreno che non è il suo professionale » (p. 11). Simili dichiarazioni si moltiplicano fino alla conclusione: «Qui mi fermo e probabilmente non avrei neppur dovuto iniziare. Sta scritto nel libro di Giobbe, 42, 3: Insipienter locutus sum, et quæ ultra modum excederent scientiam meam» (p. 147). Queste espressioni di prudenza non vanno interpretate come figure retoriche, ma segnalano la difficoltà del discorso che Mengaldo intende affrontare: non è sempre agevole né costruttivo oltrepassare i confini della propria scientia.

L’intento che Mengaldo si propone scrivendo questo libro non è chiaro. La vendetta è il racconto si presenta come un regesto di temi della “letteratura concentrazionaria” in cui variamente si mischiano fonti testimoniali, storiografiche e romanzi. La fusione dei generi esclude che si tratti di critica letteraria, benché non manchi qualche annotazione (e sono le pagine migliori) sull’impianto strutturale e stilistico dei testi che si propongono di “raccontare la Shoah”. La modalità adottata da Mengaldo per citarli impedisce d’altra parte di interpretare il suo libro come un prodotto divulgativo: è quasi impossibile per chi non sia già uno specialista in questo campo raccapezzarsi nei confusi elenchi di nomi come, ad apertura di libro, «vedi Tedeschi, p. 63, Levi, Opere, I, p. 13, Semprùn, Il grande viaggio, p. 203, Zofia Posmysz in Langbein, p. 418, Delbo, Un treno senza ritorno, pp. 59 e 73, Zielinski, p. 43, Sofsky, pp. 93 e 118, Kugler Weiss, p. 42, Lustig, pp. 163 e 176-77» (p. 70). In questo caso come in quasi tutto il libro non è agevole individuare chi siano gli autori cui si fa riferimento: testimoni, storici, divulgatori o romanzieri?

La bibliografia finale (che non viene dichiarata tale,ma si presenta sotto l’etichetta generica di «fonti»), non ragionata e priva di distinzioni interne, non aiuta il lettore. Neppure possiamo considerare La vendetta è il racconto una rassegna storiografica sulla letteratura dei campi di sterminio, benché qua e là affiorino giudizi di valore sui testi citati. Considerare alla stessa stregua libri di testimonianza e libri di storiografia è un’operazione che nessuno storico approverebbe, benché i primi siano la fonte privilegiata (ma non esclusiva!) dei secondi, per non parlare del riferimento a romanzi dal valore anche documentario profondamente disuguale come Vita e destino di Grossman, autore di uno dei primi reportages sui campi liberati dall’Armata Rossa, rispetto a un prodotto commerciale banalizzante come Olocausto di Green.

Un’altra mescolanza quanto meno discutibile (ma nel libro non discussa né giustificata, oltre che in palese contraddizione con la convinzione espressa dallo studioso sull’unicità storica dello sterminio degli ebrei d’Europa) è quella che Mengaldo compie accostando alle testimonianze provenienti dai Vernichtungslager quelle riferite alla prigionia in campi di internamento per militari o politici e nelle carceri fasciste. Alla nebulosità di genere e soggetto si accompagna quella cronologica: i decenni che separano Se questo è un uomo (1947 e 1958) da I sommersi e i salvati (1986) o Il flagello della svastica di Russell (1954) da Carnefici, vittime, spettatori di Hilberg (1992) sono anni di evoluzione e mutamento della ricerca storiografica così come della natura delle testimonianze.

Storia della storiografia e storia della memoria della Shoah – già oggetto di studio da tempo – non possono essere trascurate se non si vogliono trasformare testi che sono prodotti storici in depositi di verità assolute. Un pregio va sicuramente riconosciuto al libro: l’imponente massa di fonti consultate include testimonianze poco divulgate, soprattutto di autori dell’Europa orientale. Da esse emerge un quadro che consente una contestualizzazione comparativa anche delle opere più note, come i libri di Primo Levi. Ma la vastità delle letture non basta a far dimenticare i difetti strutturali e soprattutto di metodo del libro.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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