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Ernst Jünger - "Il mondo mutato. Un sillabario per immagini del nostro tempo"

a cura di Maurizio Guerri [Mimesis, Milano 2007]

I primi anni Trenta rappresentarono nell’arco della biografia di Ernst Jünger una fase decisiva per la formulazione delle sue analisi sul mondo moderno. Jünger affida la sua diagnosi oltre che a noti saggi teorici anche a cinque volumi fotografici, quasi sconosciuti al pubblico dei lettori. Maurizio Guerri ripropone ora in ristampa anastatica la più significativa raccolta fotografica jüngeriana: un album di fotografie scattate tra il 1918 e il 1932 a cui lo scrittore collaborò assieme al fotografo Edmund Schultz nella concezione del volume, suddiviso in nove sezioni, e nella selezione delle immagini. Il lettore dei romanzi di Jünger già conosce l’indifferenza dell’autore alla caratterizzazione psicologica dei personaggi e anche in queste fotografie lo sguardo dell’autore non è interessato al singolo, bensì alla definizione dei “tipi” umani sorti dai sommovimenti sociali degli ultimi anni.

Così, le fotografie raccolte nel capitolo Il volto mutato del singolo non ritraggono dei “volti”, quanto maschere o tipi fisiognomici: è la maschera protettiva che copre il volto del palombaro oppure è il volto “tipizzato” dell’operaio russo o dell’aviatore belga accomunati dall’inserimento nella «mobilitazione globale» del lavoro e dunque dalla condivisione di uno stile di vita. L’intento dell’autore è proprio quello di mostrare l’uniformazione di gusti, consumi e persino di valori morali riscontrabile nella popolazione di Berlino, come in quella di New York o di Mosca e dettata da quel fenomeno planetario che egli chiama la «mobilitazione totale», cioè il confluire della vita moderna «nella grande corrente dell’energia bellica».

La tecnocrazia, la costruzione di una rete globale dei commerci e delle informazioni, il dispiegamento dei meccanismi pubblicitari, un forte rilievo dato alle masse sono i fattori che accomunano le società delle democrazie occidentali a quelle delle dittature socialiste e che si impongono al di là di evidenti differenze in ambito politico. All’ateismo proclamato in Unione Sovietica corrisponde lo smarrimento spirituale dell’Occidente che cerca in astruse credenze il surrogato di una religione perduta; alle parate propagandistiche sovietiche fanno da contraltare le sfilate lungo le vie di New York o le parate fasciste. Ovunque è poi registrabile la scomparsa di un confine preciso tra mondo del lavoro e dispiegamenti bellici, come mostra il malizioso accostamento di due immagini che ritraggono l’una carri armati e l’altra trattori.

La mobilitazione totale regolamenta anche il tempo libero: «Fine settimana: un modo per dire che non esiste più la domenica» è il commento di Jünger a corredo di alcune fotografie che mostrano i segni dell’incipiente turismo di massa, espressione di una cultura edonistica che nega ogni senso del sacro e riduce la bellezza della natura a quadretto sentimentale e kitsch. Numerose sono inoltre le fotografie che ritraggono la crisi delle istituzioni politiche: la decadenza del sistema parlamentare, l’agitarsi delle masse, l’atteggiamento ridicolmente demagogico di monarchi e governanti. In questo clima confuso si va intanto consolidando un assetto sociale in cui i posti di potere sono occupati da individui mediocri (vedi p. 109), passivi esecutori di automatismi che non richiedono né qualità caratteriali né preparazione culturale.

Il lettore constaterà l’assenza di immagini che ritraggono condizioni di felicità e di fatto l’ “ordine planetario”, la pressione congiunta del lavoro e della guerra, contribuisce a disegnare un paesaggio in cui libertà e felicità sono estromesse: «Lo specifico dell’uomo sta nella libertà del volere, il che vuol dire: nell’imperfezione. Sta nella possibilità di rendersi colpevole, di commettere un errore. La perfezione [della tecnica], al contrario, rende superflua la libertà», è il drammatico suggello che Jünger porrà alla questione ordine planetario/libertà in Lo stato mondiale.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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