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Aa.Vv. - "Poesia contemporanea dal 1980 a oggi"

a cura di Andrea Afribo [Carocci, Roma 2007]

Da dieci anni a questa parte il genere antologico è al centro di un’anomalia eloquente. Mentre alcuni scrittori e critici autorevoli negano, con ragioni diverse, la possibilità di costruire antologie (come Sanguineti in alcune recenti dichiarazioni), il mercato editoriale ne produce moltissime. Di fronte alle difficoltà di storicizzare la poesia italiana degli ultimi trent’anni, i compilatori insistono per lo più su due atteggiamenti. Alcuni si cimentano in antologie onnicomprensive, si direbbe enciclopediche: mirano a descrivere il panorama nella sua totalità, e in questo modo rischiano di accantonare le gerarchie, le scelte, i giudizi di valore. Altri invece puntano tutto sul gusto individuale, sulla critica en artiste, mera espressione della soggettività del curatore: saltano il piano del canone condiviso e partoriscono geografie arbitrarie, poco credibili e non durature.

Chi riesce a sottrarsi all’impasse raggiunge buoni risultati, come nel caso di Enrico Testa, che ha optato per un libro “a tesi”, in cui a dettare la scelta dei componimenti è soprattutto una griglia di categorie interpretative, linguistiche, di genere, tematiche, antropologiche. In questo contesto, dunque, il recente libro Poesia italiana contemporanea dal 1980 ad oggi, a cura di Andrea Afribo, appare come una novità. È emblematico che, fin dall’introduzione, il curatore parli di antologia-studio e che riavvicini genere antologico ed explication de texte. L’analisi dei testi, infatti, giustifica i profili proposti nei cappelli sui poeti e motiva, di fronte al lettore, la scelta del canone.

L’antologia prende in considerazione un numero molto contenuto di poeti, solo otto: Magrelli, Valduga, Frasca, Pusterla, Fiori, Dal Bianco, Anedda e Benedetti. Assenti i nomi celebri della Parola innamorata e le ultime prove della “terza” o della “quarta generazione”, poiché l’intento di fondo del libro è ragionare su «una scelta di poeti che hanno esordito nel, o a partire dal 1980» (p. 15). Poesia italiana contemporanea dal 1980 ad oggi conferma l’assenza odierna di gruppi e movimenti poetici “forti”, ma non propone la mappa di una realtà completamente atomizzata; anzi, costantemente le pagine mostrano al lettore elementi di familiarità e di continuità tra gli otto poeti e le linee e i modelli che hanno percorso il Novecento.

Sebbene più blandamente, le tradizioni che hanno caratterizzato la policentricità del secolo scorso continuano ad esercitare la propria forza anche nella contemporaneità. Ecco allora che a proposito di Pusterla Afribo parla di «classicismo […] straniato» e legge le raccolte più mature, Cose senza storia, Pietra sangue, Folla sommersa alla luce della produzione di Montale, Sereni, Fortini. Le raccolte di Antonella Anedda testimoniano la permanenza della linea orfico-ermetica (contrapposta, secondo le intuizioni di Mengaldo, alla tendenza esistenziale- esperienzale) e confermano, nonostante gli aggiornamenti (Celan e De Angelis), una «nozione pregnante e assoluta, irrazionale, di poesia» (p. 25).

Persuade meno delle altre, forse, solo la collocazione di Gabriele Frasca, troppo schiacciato, malgrado le puntualizzazioni di Afribo, sulla Terza ondata («innegabile che di tale gruppo egli sia l’esponente di punta e il più consapevole », p. 19) e, più indietro, sul Gruppo 63. Ciononostante la lettura di Afribo convince, perché continuamente sostenuta dalle pagine di alcuni dei maggiori critici italiani (centrali i riferimenti a Mengaldo, Fortini, Contini), dalla conoscenza puntuale del Novecento poetico (da Sbarbaro a De Angelis), dall’esperienza di chi non ha studiato solo il Novecento (si veda il profilo della Valduga) e da riferimenti alle altre letterature europee.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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