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"Pensa con i sensi / Senti con la mente. L'arte al presente"

[52. Biennale Arte, Venezia, 10 giugno-21 novembre 2007]

Già il titolo dice molto. Pensa con i sensi/senti con la mente. L’arte al presente, così lo ha voluto Robert Storr, primo curatore statunitense ad avere l’onore di sbarcare a una Biennale. Dal titolo si apprende subito che a Venezia va in scena non l’arte del presente, cioè l’espressione del mondo che viviamo, ma l’arte (quella universale?) declinata al presente, cioè la versione di oggi di quel molteplice processo di creazione e rivelazione che essa è da sempre. Infatti, qui l’arte la si sente con la mente e la si pensa con i sensi, l’arte è emozione e pensiero, sensazione e coscienza: l’arte è tutto, e tutto può essere arte (più o meno così si spiega, bontà sua, il curatore). In realtà il visitatore s’imbatte in una manifestazione che si distingue per il poco spessore, l’approssimazione, la genericità intellettuale, dove poche davvero sono le opere che suscitano interesse o curiosità.

E al di là delle scelte del curatore (poco stimolanti anche in senso polemico), la visita vale il biglietto soprattutto per capire cosa esprime nel mondo globale dell’arte questa Biennale. Sinteticamente. Osservando da una certa distanza s’individuano due grandi tendenze: una prima, ormai vero Leitmotiv dell’arte internazionale, la si può descrivere come un’invincibile compulsione al mimetismo, dove una generalizzata mimesi senza filtro del reale s’identifica spesso con strumenti di virtualizzazione.

Il concetto profondo è questo: dato che la realtà non esiste, o almeno non esiste una realtà, io artista temerario tento di incontrarla fotocopiandola, ricalcandola, rimontandone in studio i pezzetti, rendendola in un certo senso più vera di quello che è (o che non è), in preda a una sorta di ipermimetismo demente (dentro cui sta un certo uso della fotografia, l’idea che sperimentare nuove tecnologie è di per sé arte, il gusto di ripetere o simulare il mondo, regalando qua e là utili didascalie della storia: in apertura si trova ad esempio una scultura dove un aereo precipita meccanicamente su un Ground zero perennemente ferito).

Ma la tendenza principale, che include anche quella appena descritta, è che la maggior parte delle opere non superano la soglia della autoreferenzialità (anche quando vogliono in concreto parlarci del mondo: altro esempio, una istallazione composta di bauli pieni di oggetti e vestiti usati in una vita di viaggi). Ma autoreferenzialità qui significa almeno due cose: per un verso incapacità di dialogare con tutto ciò che non è il mondo dell’arte (ancora la realtà…), e per l’altro l’espansione esasperata del dominio dell’artistico (dal momento che l’arte non ha più un compromesso di responsabilità e di comunicazione con ciò che le estraneo), per cui qualsiasi espressione o gesto umano è potenzialmente un’opera (non esistendo più un compromesso di valore o di giudizio estetico).

Insomma, a passeggiare per la Biennale si rischia sul serio di credere che l’arte sia tutto e tutto possa essere arte. Ma tutto questo sarà vero? La Biennale rappresenta o riassume davvero il panorama più vivo dell’arte presente? La risposta è più no che sì. Diciamolo francamente, dice davvero poco una Biennale che si consegna per intero al sistema dell’arte, ritagliando il suo posto nello show business, legandosi al mercato sempre meno attento delle fiere internazionali, e rinunciando di fatto a sollevare problemi, a proporre poetiche, a lanciare idee, a legittimare tendenze. Del resto oggi va di moda il pluralismo democratico del mercato, tutto è buono perché tutto fa brodo. In questa situazione forse allora meglio sarebbe ripensare la formula della Biennale, magari sospendendola per qualche edizione, tanto per provare se la sua assenza si farà sentire, e se soprattutto si apriranno nuovi spazi. Ora che tutti sognano una vita da Storr, chissà come brillerebbe tra le stelle una vita da mediano.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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