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"Nuovi pittori della realtà"

Mostra al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano, 12 ottobre-25 novembre 2007 [Catalogo a cura di M. Sciaccaluga, Vallecchi, Firenze 2007]

Nuovi pittori della realtà, la mostra curata da Maurizio Sciaccaluga che si è tenuta al PAC di Milano dal 12 ottobre al 25 novembre 2007, documenta il successo del figurativo nell’arte italiana degli ultimi due decenni, soprattutto fra pittori la cui età sta intorno ai trent’anni. Si tratta, come avverte lo stesso Sciaccaluga, di una «terza ondata»; e in effetti il figurativo, se si impianta su una diffusa insofferenza per l’autoreferenzialità di un’avanguardia sempre più stanca, ha radici e significati molto diversi. C’è un figurativo che viene dal postmoderno di Mariani, di Tommasi Ferroni, di Parmeggiani, di Di Stasio, di Rao, di Vaccari: qui l’immagine è filtrata, in modi più o meno ironici, dalle pose del passato e assume un carattere manierista.

Penso alle nature morte di Maurizio Bottoni, Gianluca Corona o Luciano Ventrone, che pagano la loro spesso stupefacente bravura tecnica, in gara con la fotografia, con una certa freddezza decorativa; ai paesaggi di Aldo Damioli, che rifà New York come se fosse la Venezia di Canaletto; alle figure di Paolo Dell’Aquila e Giulio Durini; alle scene sacre e caravaggiste di Rocco Normanno. Oppure, il figurativo può accogliere miti pop, fare proprio un immaginario new age, riprendere uno stile da copertine Urania: nonostante l’abilità, talvolta un po’ gigiona, dei singoli, i risultati convincono poco, a meno che non si spingano sino a un sinistro surrealismo (come nel caso di Danilo Buccella). S’impone all’osservatore, invece, un’area di vero e proprio realismo.

Anche qui, si può nutrire talvolta un qualche sospetto di manierismo: è il caso dei grandi ritratti frontali di Till Freiwald e di Federico Lombardo, sorta di fototessere giganti inespressive e alla fine spersonalizzate; per acquistare forza, lo stesso schema ha bisogno del lavoro di Cristiano Tassinari, che lo scompone con pennellate multiple, quasi producesse affreschi corrosi e prossimi a cadere; mentre i volti rugosi a grisaglia di Andrea Martinelli, lievemente deformati da un obbiettivo troppo vicino, hanno sempre un’intensità di vita che salva l’accuratezza del disegno dal calligrafismo. Altro soggetto prediletto, i paesaggi urbani, ora proposti come grandi foto virate innaturalmente, ora colti con una particolare sensibilità alla luce, e sempre in bilico fra senso di estraneità o smarrimento e scoperta di una bellezza inattesa (citerei almeno Andrea Chiesi, Claudio Cionini, Andrea Di Marco).

Persino la cronaca e la denuncia sociale, con i Clandestini di Giovanni Iudice, fanno sentire la loro voce. Fra tante, vanno segnalate le tele di Giovanni La Cognata (paesaggista e ritrattista) e di Constantin Migliorini (il suo ragazzo down fissa lo spettatore da un fondo verde pallido, un po’ acido, sul quale si staglia inopinata la Linea dei fumetti, con effetto di enigma straniante). Non manca, del resto, una vena espressionista: se Luca Del Baldo rifà autopsie spaventose come quella di Pasolini, riuscendo a salvarsi in extremis dallo splatter, Federico Guida propone due ritratti, un vecchio e una bambina, virati al rosso e come smangiati da chiazze di acido; mentre Mimmo Centonze recupera a modo suo Lucien Freud.

La qualità delle tele è varia; nei casi migliori, il ritorno al figurativo è accompagnato da una riflessione sui mezzi della pittura e da un ripensamento non parassitario della tradizione. Anche a meno di trent’anni, molti pittori esordiscono con piena maturità, estranei sia al formalismo che ha guastato la generazione precedente e che guasta tuttora gli epigoni di un’avanguardia da museo delle trovate, sia al pericolo di un’ingenuità neonaturalistica (in questo senso, l’Otto e il Novecento sembrano scavalcati, per riattingere più indietro). Che un movimento analogo si riscontri anche in letteratura e al cinema, fa sperare in un mutamento di clima culturale non effimero, e non legato solo alle buone intenzioni.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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