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Walter Benjamin - "Immagini di città"

[Einaudi, Torino 2007]

A distanza di quasi quarant’anni dalla prima edizione italiana, Einaudi ripubblica questa raccolta di saggi, per lo più brevi, di Benjamin viaggiatore e descrittore di città. La nuova edizione comprende, rispetto alla prima, tre inediti (Napoli, Parigi città allo specchio, Hascisc in Marsiglia) e la versione integrale dello scritto su Mosca capitale post-rivoluzionaria dei tardi anni Venti (Mosca). Se si esclude l’ultimo articolo, appartenente a quella vera e propria ricerca del futuro perduto che è l’Infanzia berlinese, il genere letterario di queste brevi descrizioni è la corrispondenza di viaggio.

Considerando le date dei lavori (1925-1933) non è difficile comprendere l’occasione e la necessità profonda del libro: i saggi furono scritti dopo il 1923-24, vale a dire dopo gli anni dello studio sul dramma barocco tedesco con il quale Benjamin tentò, invano, l’abilitazione universitaria. Senza libera docenza, Benjamin iniziò a lavorare come collaboratore esterno a varie riviste culturali, pubblicando articoli su molti giornali, dalla «Frankfürter Zeitung» a «Vogue». L’occasione è dunque molto precisa: sono articoli pagati, per lo più scritti su commissione. Nello stesso tempo è indubitabile che questi lavori appaiano, se osservati retrospettivamente a partire dal progetto grandioso su Parigi Capitale, come i primi abbozzi preparatori del capolavoro incompiuto.

Va detto subito che Immagini di città non aggiunge nulla di significativo alla conoscenza del Benjamin saggista; così come nulla di significativo aggiunge la melanconica introduzione di Claudio Magris, dove tutti i luoghi comuni della ricezione italica (fine dell’esperienza, forma saggio, teologia e marxismo) vengono elegantemente confermati. Tuttavia, dalla lettura consequenziale di questi brevi scritti, al di là dell’indubitabile fascino della scrittura e dello sguardo, emerge abbastanza nitidamente un problema teorico: l’ambivalenza profonda del pensiero di Benjamin sul concetto di individuazione.

Si può rimanere sconcertati, infatti, da alcune pagine su Napoli e Mosca, dove la sua scrittura oscilla fra un’intermittente apologia dell’informe porosità comunitaria della città partenopea e la trasognante partecipazione al comunitarismo coartato della capitale sovietica. L’entusiasmo naif di Benjamin per il fatto che «il bolscevismo ha eliminato la vita privata» (p. 32) avrebbe fatto saltare sulla sedia, e inorridire, non dico John Stuart Mill, ma perfino Marx, Jaurès e Rosa Luxemburg. Certo, questo tipo di empatia ipermetrope, sebbene generosamente carica di speranza di futuro, non può darsi nelle pagine su Parigi o Berlino; né tanto meno su quelle, bellissime, su San Gimignano, Weimar e i fiordi norvegesi.

In questi casi agisce, invece, una qualità opposta dello sguardo di Benjamin, la sua nota capacità di trattare il presente come un puzzle da risolvere. Gli avvicinamenti microscopici e la ricomposizione dei frammenti a cui abituano le sue pagine, fanno emergere piuttosto la lotta per l’umanizzazione del presente, qualche volta – come nel caso di San Gimignano o della Norvegia – in un apparente misterioso equilibrio, più spesso – Parigi, Berlino – in un movimento perturbato da possibilità ambivalenti: individuazione/distruzione della soggettività, vita personale/alienazione, espressività/narcisismo, ecc. Senza dubbio sono queste le pagine che possono ancora parlare al nostro presente riaprendolo. Non certo quelle dove l’incubo delle comunità non scelte viene travisato o per estraneità culturale oppure per speranza di una trasformazione futura.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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