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Jacques Bouveresse - "Peut-on ne pas croire? Sur la vérité, la croyance et la foi"

[Agone, Marseille 2007]

Da alcuni anni ormai, in concomitanza con la presunta “caduta delle ideologie”, si è scatenata in Occidente una varia offensiva che impone a gran voce il ritorno della religione come orizzonte assiologico indispensabile per orientare la nostra vita. Il paradosso è che oggi persino certi atei ed agnostici sostengono non vi sia salvezza al di fuori della religione. L’offensiva ha inevitabilmente suscitato delle reazioni nel mondo degli scrittori e degli intellettuali. In Francia, nel 2007, è uscito un saggio di Jacques Bouveresse Peut-on ne pas croire? Sur la vérité, la croyance et la foi. Bouveresse è un filosofo noto per essere uno dei maggiori studiosi francesi di Wittgenstein, oltre che ottimo interlocutore della filosofia analitica anglosassone e studioso del crocevia viennese del primo Novecento (da Freud a Musil e Kraus).

Il suo saggio si sviluppa lungo un’asse rigorosamente speculativo, incentrato sullo statuto delle credenze di tipo religioso e sull’atteggiamento che pensatori, scienziati e scrittori della modernità hanno manifestato nei loro confronti. In ultima analisi, non è la rinnovata aggressività dell’istituzione ecclesiastica che motiva la riflessione di Bouveresse, ma la possibilità di utilizzare il ritorno alla religione come pretesto per indebolire le più importanti acquisizioni della mentalità razionalista e scientifica degli ultimi quattro secoli. Anche perché, più che ad un rinsaldarsi autentico della fede e ad un’adesione cieca nei principi del soprannaturale, assistiamo ad una nostalgia di fede e di credenze.

Come se il fardello della razionalità, che implica una postura scettica, sorvegliata e tendenzialmente sperimentale, dovesse infine sgravarsi per ridare spazio a più sopportabili atteggiamenti, come la propensione ad illudersi e ad accettare in modo opportunistico dei dogmi. Per Bouveresse si tratta, quindi, di decifrare un fenomeno decisamente ambiguo. Com’è possibile rendere conto di una società dai luoghi di culto spopolati, e quasi sempre ignara del patrimonio dottrinario del proprio credo, che si rivela d’un tratto ostile nei confronti di coloro che criticano le credenze religiose, agnostici o atei, considerati alla stregua di individui fanatici o irrispettosi? Come considerare, poi, quei non credenti, che per primi sostengono le ragioni delle chiese istituzionali, in quanto esse soltanto sarebbero ormai in grado di garantire una vera coesione sociale e di rispondere al diffuso bisogno del sacro e della trascendenza?

L’itinerario di Bouveresse è ricco, e coinvolge autori tanto diversi quali Nietzsche, Durkheim, Renan, William James, Musil, Russell e Wittgenstein. E il pregio del suo libro sta forse proprio nel mostrare come, in fatto di credenze, non sia possibile tracciare dei confini netti. Nell’universo intellettuale, gli opposti sembrano costantemente attrarsi: un razionalismo eccessivamente sicuro di sé rischia ad ogni momento di produrre nuove forme di dogmatismo; d’altra parte, una considerazione e un rispetto eccessivo per le credenze altrui, predispone ad una sorta d’indifferenza etica o, in casi estremi, a una disarmata credulità.

Nietzsche per primo aveva ribadito il nesso tra negazione di dio e negazione della verità, quando quest’ultima viene intesa come immagine assoluta del mondo. Secondo Bouveresse, proprio questa consapevolezza ci mette al riparo dal rischio di sacralizzare la ragione e la scienza, senza però propendere per la pura e semplice dissoluzione del concetto di verità, come accade invece in molti pensatori postmoderni. La razionalità scientifica possiede già in sé gli antidoti contro i propri rischi di fanatismo e accecamento. Ciò non vuole dire che essi funzionino in modo infallibile. Di certo, però, nessuna fede religiosa potrà mai possedere simili antidoti per difendersi dai medesimi rischi.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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