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Edward W. Said - "Umanesimo e critica democratica. Cinque lezioni"

traduzione di Monica Fiorini [il Saggiatore, Milano 2007]

Ultimo volume scritto da Said nella fase terminale della sua malattia e pubblicato postumo (Humanism and Democratic Criticism, Columbia University Press, New York 2004), Umanesimo e critica democratica rielabora un ciclo di lezioni tenute alla Columbia University, Cambridge e Oxford. È un punto di vista privilegiato per guardare al percorso del critico nel suo organico sviluppo: da qui appare chiaro come il suo télos sia la rifondazione della pratica umanistica, rifondazione tanto più difficile in un tempo in cui l’aggettivo umanitario è più spesso associato alla parola guerra.

La messa in questione delle limitate basi dell’umanesimo europeo, sviluppata da Orientalismo (1978) in poi, mirava a «criticare l’umanesimo in nome dell’umanesimo» (p. 40), o almeno di quello che per Said è il vero umanesimo: non una forma di autocompiacimento, venerazione o repressione, rivolta a un passato percepito immobile e immutabile, ma piuttosto una «pratica» consapevole del fatto che le diverse culture sono sempre state intimamente connesse – separarle vuol dire mutilarle –, e soprattutto che le grandi conquiste umanistiche passano per l’accettazione del nuovo.

Da questa inevitabile interazione deriva anche una suggestiva visione del canone letterario: non solo misura e esclusione ma, nel suo significato musicale, «forma del contrappunto dove numerose voci si imitano l’un l’altra; una forma […] che esprime movimento, gioco, scoperta e, nel senso retorico del termine, invenzione» (p. 54). Resta dunque costante quella che è un’idea guida del critico, insieme alla critica dell’ipostasi «noi» versus «loro » e al principio della «mondanità» dei testi e della pratica letteraria. Ha uno sviluppo in parte nuovo invece lo spazio dato a un tipo di filologia che ha il suo modello esemplare in Auerbach, al quale è dedicato un intero capitolo: una filologia fondata su «una teoria e una pratica moderniste di lettura e interpretazione capaci di prestare ugualmente attenzione alla parte e al tutto» (p. 82), all’opera d’arte individuale e insieme alla mondanità sua, dell’autore e del critico.

Ma un secondo e forse più importante elemento appare in modo più evidente che in passato: la necessità vitale della categoria di soggetto, dopo l’apparente dissoluzione che si era consumata tra strutturalismo, poststrutturalismo e postmodernismo. A ben vedere, tutto in Umanesimo e critica democratica muove dallo sforzo di restaurare la sovranità del soggetto: la centralità dell’atto individuale di lettura, il recupero del metodo auerbachiano “contro” la pseudoscientificità oggettiva, l’identificazione di umanesimo e atto critico, il rilancio del ruolo dell’intellettuale e dello scrittore, percepiti come figura chiave della partecipazione democratica (con il compito di «dire la verità al potere », secondo la memorabile formula delle sue Reith Lectures), e in ultimo lo stesso ottimismo, a volte ingenuo ma contagioso, che pervade tutto il libro.

È la fiducia nel soggetto che permette a Said di costruire un modello di umanista che, pur muovendo dalla consapevolezza della tragica permeabilità tra «eventi reali» e loro «rielaborazione mentale», sia in grado di prevenire la «scomparsa del passato», individuando narrazioni che siano alternative alla memoria ufficiale: la memoria che ha la sua origine nel potere e nello status quo. Questi i compiti dell’intellettuale e dello scrittore umanista per Said, insieme alla costruzione di modelli possibili di coesistenza.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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