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Aa. Vv. - "Ripensare il canone. La letteratura inglese e angloamericana"

a cura di Gianfranca Balestra e Giovanna Mochi [Artemide, Roma 2007]

Il volume raccoglie gli atti dell’omonimo convegno tenutosi a Siena dal 13 al 15 ottobre 2005, che prosegue il discorso sul canone già affrontato in un precedente incontro senese (cfr. «Allegoria », 29-30, 1998). Le relazioni sono divise in tre sezioni: la prima sul canone e la teoria, la seconda su una serie di case studies specifici e la terza, più smilza, sul rapporto tra il canone e le politiche culturali, con particolare riferimento all’insegnamento universitario. Spiccano tra gli interventi quelli di Sandra M. Gilbert, Alessandro Serpieri e Mario Domenichelli. Gilbert, pioniera dei gender studies, analizza il mutare dell’atteggiamento femminile verso la scrittura, dal senso di inferiorità diffuso tra le scrittrici ottocentesche alla rivalsa verso la componente maschile nella Woolf.

Serpieri ripercorre in sintesi l’idea di canone nel Novecento: dal canone di Eliot e degli scrittori modernisti, stabile ma rinegoziabile, al canone come strumento della critica, fino alla sua crisi in tempo di poststrutturalismo: crisi strettamente legata al mutare delle categorie di autore e testo. Delle due posizioni oggi in campo – semplificando: i “revisionisti” e i “conservatori” – traccia con ragionevolezza rischi e punti di forza, senza esprimere preferenze ma invitando a muoversi con cautela tra «ibridismo» e «genealogismo»: una implicita e importante difesa del ruolo individuale del critico.

Nella sua analisi del canone angloamericano, Domenichelli sottolinea il ruolo decisivo dell’identità collettiva e del suo mutare, tanto nel prevalere di un’idea stabile di canone, quanto nell’attuale frammentazione, che corrisponde in effetti al passaggio dal mito del melting pot al (mito del?) multiculturalismo. Importante l’osservazione che le nuove istanze (identitarie, etniche, sessuali) non intaccano ma sono anzi funzionali al mantenimento dell’istanza «mercantile » di fondo: una posizione che il critico condivide con Terry Eagleton. Il lavoro di Harold Bloom sul canone, inoltre, al quale tra gli altri difetti viene imputato quello di ignorare la questione delle egemonie culturali nazionali attraverso i secoli, viene ricondotto alla dimensione di «canone per undergraduates americani».

Di interesse anche vari altri interventi, tra cui ricordo almeno Giuseppe Nori che propone il modello benjaminiano di uno storicismo il quale non sia solo «empatia con la catastrofe», ma sappia anche guardare ai detriti che la storia lascia dietro di sé; e Caterina Ricciardi che utilizza le categorie postcoloniali della dialettica centro-periferia e dell’ibridazione per ripensare il modernismo. Il modernismo è in effetti l’argomento principe. Meno trattati invece, se si eccettuano i cenni di Guido Carboni, due nodi fondamentali nella questione del canone: i rapporti tra letteratura e cultura di massa e il nesso canone-scuola. Ma questa è forse una carenza generalizzata nella bibliografia sull’argomento.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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Tremila battute