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Alberto Casadei - "Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo"

[il Mulino, Bologna 2007]

Stile e tradizione, nell’odierno linguaggio della critica, è una coppia assai desueta. Per ritrovarla in buona salute, occorre superare almeno un paio di ere bibliografiche, oltrepassando sia lo strato più recente, in cui abbondano rappresentazione e immagine, che quello precedente, inflazionato da segno e struttura. Nel 1925, Montale intitolava Stile e tradizione un suo importante saggio programmatico uscito su «Il Baretti». Compito della critica, in questa prospettiva, era mettere in rapporto opere e mondo, per poter estrarre anche da minimi esempi di stile i caratteri generali di un’epoca (come accade esemplarmente in Mimesis di Auerbach). Il binomio suggerisce inoltre l’idea che non sia possibile prescindere dagli strumenti e dai codici che ci ha trasmesso la storia.

Alberto Casadei recupera questo binomio nel titolo del suo libro sulle tendenze della narrativa italiana dal 1980 a oggi, a sottolineare alcune scelte teoriche ed ermeneutiche controcorrente, così riassumibili: dopo gli anni Ottanta, in cui il postmodernismo ha disattivato il rapporto con la tradizione, ora il novel è il genere dominante del romanzo, a detrimento di ogni tipo di surrealtà, ed è inoltre aumentata «la capacità della narrativa italiana di affrontare il reale, in tutti i suoi aspetti» (p. 14). Casadei discute in sostanza di tradizione e stile per affrontare il problema del realismo in un’epoca, quella del reality, marcatamente post-realistica.

All’assunto ideologico secondo il quale la comunicazione mediatica avrebbe creato «un mondo privo di referenzialità, ma idoneo ad appagare desideri indotti, e quindi a smorzare le componenti utopiche» (p. 40), Casadei oppone la constatazione che, soprattutto dalla seconda metà degli anni Novanta e più ancora dopo l’11 settembre 2001, torna in molti romanzieri italiani (come Affinati e Siti) e stranieri (come DeLillo, Houellebecq, Roth) la tensione a un realismo adeguato al presente. Da queste scelte interpretative conseguono sia l’individuazione di alcuni snodi periodizzanti (gli anni Ottanta, il 1994, il 2001) che la rivalorizzazione di alcuni generi della tradizione: il saggismo, l’autobiografia, l’epica storica.

Non solo, dunque, testimonianza, saggismo e autobiografia, possono ancora sortire robusti effetti di realtà collegati alle scritture di guerra, al «cuore di tenebra del Novecento» (p. 212), ma anche applicati al «deserto del reale» merceologico e mediatico. La soluzione saggistico-letteraria, già attiva come arma contro la derealizzazione nella scrittura di Primo Levi, a parere di Casadei è riproposta da Eraldo Affinati in Campo del sangue (1997), nel quale «sviluppo narrativo e metaforicità» vengono «autenticati dal saggismo» (p. 244). Troppi paradisi (2006) di Walter Siti è letto come «metamorfosi dell’affermazione autobiografica roussoiana e del desiderio mimetico proustiano, nell’epoca della falsità di entrambi» (p. 245).

Ma il vero apripista delle connessioni contemporanee tra stile e tradizione è, per Casadei, Il partigiano Johnny con cui si sperimenta, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, «una modalità di traduzione dell’epica storica in romanzo a matrice autobiografica». Se la forma non è che ideologia sedimentata, lo stile del libro di Casadei, con le sue torsioni dialettiche e gli sforzi sintattici per distinguere gli opposti nell’epoca dell’ossimoro permanente, rivela una corrispettiva visione del mondo improntata al volontarismo etico e utopico: non a caso, soprattutto nei capitoli di giustificazione teorica (l’Introduzione e la Parte prima) abbondano i periodi lunghi, mentre la sintassi diventa più piana in tutta la parte seconda, dedicata a tre letture ravvicinate.

Nondimeno, la direzione di ricerca indicata in Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo («vedere la tradizione nell’attualità e nello stesso tempo recuperare la tradizione perforandola con l’attualità, per demistificare il senso postmodernista di un presente onnipervasivo», p. 210) è forse la sola in grado di restituire dignità cognitiva alla letteratura, in un’età in cui il fittizio-realistico è stato colonizzato dalla produzione televisiva.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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