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Luigi Weber - "Con onesto amore di disgregazione. Romanzi sperimentali e d'avanguardia nel secondo Novecento italiano"

[il Mulino, Bologna 2007]

«Le mele cadevano anche prima di Newton»: così l’inconscio e i suoi meccanismi, in particolare la cosiddetta «logica simmetrica», potevano agire, e di fatto agivano, anche prima dell’avvento della psicoanalisi freudiana. Condizioni di realtà ibrida si erano, ad esempio, prodotte all’interno della letteratura fantastica, in progressiva sostituzione del principio per essa fondativo di contrapposizione tra naturale/sovrannaturale. Delle tesi sostenute da Weber nel suo libro su quella che ormai può considerarsi la tradizione dell’avanguardia, e della sua declinazione neo- nella fattispecie, pare questa la più nuova e interessante, ovvero la riconduzione del paradigma genetico relativo allo statuto di (ir)realtà della narrazione sperimentale e avanguardista non tanto al solito côté del surrealismo e dell’avanguardia primonovecentesca, ma proprio al genere già classico in cui si sarebbero annidati i germi della futura innovazione (e, assunto ancora più singolare, della «follia»).

La quale innovazione prosegue poi, effettivamente, per le due vie maestre dello sperimentalismo e dell’avanguardia: la prima sotto l’ovvia egida joyciana, la seconda, mentore Beckett. È su quest’ultima che il libro si concentra, nel convincimento manifesto che sia la vera via della (tentata) rivoluzione narrativa novecentesca, a petto di uno sperimentalismo che, invece, alla maniera del romanzo umoristico-parodico cui sembrerebbe riconnettersi, mostra di aderire ancora alla logica tradizionale (detta qui in modo appropriato «aristotelica»), forzatamente asimmetrica, della rappresentazione. Weber pone correttamente, poi, la questione dell’attualità di un’interrogazione sulla neoavanguardia, in un tempo in cui la ridiscussione delle gerarchie perpetrata dal postmoderno ha indebolito fin quasi a vanificarlo il concetto di eversione, così come quello contrario di ortodossia.

Era, d’altro canto, la stessa neoavanguardia, a partire da uno dei suoi massimi esponenti, Edoardo Sanguineti, a ridiscutere il concetto di tradizione, ritenendo quest’ultima suscettibile di rinegoziati contingenti, e promuovendo di volta in volta una sorta di «anticanone», come ha ben dimostrato il libro di Elisabetta Baccarani, La poesia nel labirinto (uscito per questa stessa collana nel 2002). Senza peraltro riuscire a superare del tutto il problema dei padri, anche quando, con negazione davvero freudiana, essi venivano preliminarmente esclusi: è proprio il caso, ad esempio, di Sanguineti rispetto al modello beckettiano. E a una vera e propria «funzione Beckett» (però, secondo pronta specifica dell’autore, ancora più sfumata di quella stabilita da Contini per Gadda) fa invece riferimento Weber, quando analizza, nella seconda sezione del libro, alcuni testi della neovanguardia, verificando analiticamente la tenuta delle premesse poste nella sezione teorica.

I testi-campione non appaiono per nulla scontati, muovendosi dal marginale (ma marginalizzato, in realtà, a parte l’ampio intervento che proprio Sanguineti gli dedicò nel saggio sul Trattamento del materiale verbale nei testi della nuova avanguardia, 1964) Settembre di Filippini, a L’oblò di Spatola, autore altrettanto in ombra rispetto ai soliti nomi (pure però più avanti accuratamente esaminati: dallo stesso Sanguineti di Capriccio italiano, al Manganelli di Hilarotragoedia, fino al Balestrini postmoderno di Tristano, meno “ovvio”, rispetto all’epico solitamente indagato). Il libro proprio in questa sua nutrita parte finale supplisce a quel fenomeno di mancata «musealizzazione», e, anzi, di scarsissima considerazione fin qui dei testi della neoavanguardia, a tutto vantaggio delle poetiche (e delle polemiche).

Non si arriva a sostenere che la «ferita» aperta da questi autori nel panorama letterario si possa alla fine rimarginare, ma, quasi all’opposto, che l’avanguardia abbia avuto proprio nell’autoestinzione la ragione principale della sua esistenza. Il problema, che lo voglia o no certa critica negazionista o post-postmoderna, è ancora tutto da approfondire, anche se il libro di Weber comincia davvero a fare il punto.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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