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Elisabetta Mondello - "In principio fu Tondelli. Letteratura, merci, televisione nella narrativa degli anni novanta"

[il Saggiatore, Milano 2007]

Secondo Elisabetta Mondello, gli scrittori esordienti negli anni Novanta, ossia i “cannibali” e i loro sodales, seppur seguendo percorsi diversi seppero dare vita ad una produzione narrativa sufficientemente coesa e originale, capace di distinguersi dai modelli letterari immediatamente precedenti e successivi, e dunque in grado di imporsi anche a livello di periodizzazione. In altre parole la narrativa degli anni Novanta costituirebbe all’interno del panorama letterario una fase autonoma e distinta. I suoi confini sono individuati da un lato in Tondelli, eletto allo status di classico e innegabile punto di riferimento per gli autori presi in esame, e dall’altro nelle esperienze narrative registratesi intorno al 2000, quando sia i nuovi esordienti che i vecchi “cannibali” propongono modelli di scrittura diversi.

La verifica di questa ipotesi, nonostante le dichiarazioni iniziali, è condotta quasi esclusivamente con strumenti di critica tematica, i quali permettono di individuare, con facilità del resto, il filo rosso che lega i diversi romanzi usciti nel decennio 1990-2000: «sono scritture di giovani che parlano dell’universo giovanile». Un tema, quello del giovane, che però si riscontra anche in Tondelli, nonché nei più recenti narratori (Massaron, Mazzuccato, ecc.). Semmai, segnala la Mondello, a cambiare sono piuttosto alcuni specifici motivi, in linea con le evoluzioni sociali, politiche e di costume: mutano i media, con l’irruzione della «neotelevisione» («luogo di formazione dell’immaginario »), le merci, che «non ricadono nell’orizzonte delle culture antagoniste presenti, ad esempio, in alcuni racconti di Altri libertini di Tondelli [ma] sono marche che parlano di uno stile di vita», e di pari passo i luoghi tondelliani (pizzerie, birrerie, ecc.) lasciano spazio ai non-luoghi, come ipermercati, grandi magazzini, catene internazionali: insomma l’Ikea di Cinisello Balsamo lodata dal Michele di Puerto Plata Market.

Ora, il libro della Mondello ha il pregio, non scontato, di riuscire ad offrire al lettore un’efficace immagine di cosa è stata la narrativa italiana degli anni Novanta, individuando con sagacia i temi e i motivi cardine di questa produzione, descrivendo i tratti caratteristici dell’antilingua adottata dagli scrittori, soffermandosi sulle strutture narrative portanti dei testi narrativi presi in esame. Lo stesso non può essere detto per le conclusioni critiche, che risultano meno convincenti e complessivamente incompiute. Tre sono i motivi di perplessità. Innanzitutto non è chiaro nel discorso della Mondello se l’atteggiamento che i giovani scrittori hanno nei confronti delle merci, della neotelevisione, ecc. sia di compiacimento o di antagonismo; e dunque se i loro romanzi vanno letti come espressione inevitabile del postmoderno, oppure se è lecito privilegiare un’interpretazione in chiave realista, e dunque di implicita denuncia sociale e ideologica.

In secondo luogo, nel momento in cui di questi testi si sottolinea la capacità di essere rappresentativi del proprio tempo, senza però dire se questo risultato è frutto di un cammino cosciente e consapevole da parte del romanziere o solo riflesso incondizionato, si fa cadere anche qualsiasi forma di giudizio di valore, riducendo l’opera a mero documento di un’epoca. Infine non risulta pienamente convincente la proposta di periodizzazione, poiché se è vero che la narrativa degli anni Novanta segna una discontinuità rispetto al passato e all’attuale presente, è altrettanto vero che tale discontinuità, proprio per ragioni indicate dalla stessa Mondello, si consuma all’interno di un percorso che a conti fatti conosce evoluzioni ma non fratture: infatti dagli anni Ottanta ad oggi il tema principale dei romanzi è sempre la figura del giovane, la lingua adottata è ancora antiletteraria, parlata e gergale, il modello di riferimento continua ad essere il Bildungsroman rovesciato. Tutte caratteristiche che si riscontrano già in Altri libertini, e che autorizzano piuttosto a leggere in maniera unitaria la narrativa degli ultimi trent’anni.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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