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Peter Kivy - "Filosofia della musica. Un'introduzione"

[Einaudi, Torino 2007]

Occorre non prendere troppo sul serio la modestia del sottotitolo: quella di Kivy è davvero una filosofia della musica. Pubblicata in inglese nel 2002, esce per i tipi Einaudi cinque anni più tardi, nella traduzione di Alessandro Bertinetto. Si tratta di una riflessione a vasto raggio sulle questioni “storiche” del rapporto fra parola e suono, produzione musicale e godimento estetico, tipologie dell’esecuzione e competenza formale. Il libro di Kivy ha il grande pregio di mettere sul tappeto questioni delicate e complesse senza rinunciare a una disinvolta colloquialità, mostrando le problematiche filosofiche nello loro stesso costituirsi attraverso il pensiero e il ragionamento.

Kivy riflette a voce alta, elabora domande e risposte, colloca il lettore in medias res, a discutere e a valutare momento per momento i luoghi spinosi del dibattito. E di questioni da risolvere ce ne sono moltissime, a partire dalle ricostruzioni storico-estetiche attraverso le quali l’autore circoscrive il proprio punto di vista. Kivy individua due direttive principali: a) la teoria eccitazionistica o disposizionale (arousal theory), in cui si sostiene la riproduzione simpatetica della sensazione acustica; b) il formalismo, che considera le emozioni dentro la musica, nell’impossibilità di rendere comune l’emotività sensoriale.

Propendendo nettamente per la seconda, Kivy è interessato a dimostrare il valore del formalismo di Hanslick: la musica non si esprime in concetti, ma non per questo non possiede un senso e una logica. Ma se la musica è un linguaggio senza semantica, «ciò che rimane è la sua sintassi: la sua componente grammaticale» (p. 77). Recuperando posizioni dall’estetica della ricezione, l’autore vede il fatto musicale come una sorta di gioco (ipotesi: conferme/smentite; nascondi e cerca: tema e variazioni) che il compositore rivolge al destinatario, confidando nella sua collaborazione complementare.

Attenendosi, inoltre, ai capisaldi del platonismo “estremo” (considerazione aprioristica delle strutture), Kivy formula una sua ipotesi di lavoro, la teoria del formalismo arricchito. Formalismo, senza dubbio, in quanto lo scopo di base è escludere il più possibile le risonanze psicologiche e soggettive dalla percezione musicale; arricchito, però, perché non si negano le proprietà emotive, ma si considera che esse risiedono nella musica, scaturiscono dal gioco delle strutture e dalla strategia sintattica del loro disporsi. E qui, a mio avviso, Kivy mostra l’aspetto debole del suo discorso. Egli, infatti, messo alle strette da numerose obiezioni al suo sistema, afferma di dover rinunciare a ogni indagine psicologica (o biologica), perché non pertinente al metodo filosofico.

Eppure credo che proprio nella valutazione delle componenti inconsce (e storico-sociali) consista una chiave di lettura delle nostre risposte emotive alla sollecitazione sonora. Non basta assegnare alla musica stessa la manifestazione delle emozioni: occorre spiegare perché quelle strutture provochino in noi determinate sensazioni e da cosa derivino l’adesione, l’indifferenza o il rifiuto al prodotto musicale. Il rischio è quello di considerare la musica solo un piacevole gioco liberatorio, un processo per evadere dal dolore del nostro quotidiano attraverso l’esposizione a una forma alternativa alla logica meccanicistica della realtà (p. 308). Per questo Kivy esalta la musica strumentale, pura, assoluta: nell’intreccio disinteressato delle forme ritrova i presupposti kantiani di una libertà a cui non si vuol rinunciare.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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Tremila battute