Informativa sull'utilizzo dei cookie

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Per saperne di piu'

Accetto

Loredana Lipperini - "Ancora dalla parte delle bambine"

[Feltrinelli, Milano 2007]

Trentacinque anni fa Elena Gianini Belotti pubblicava un’inchiesta sui meccanismi di precoce costruzione delle identità di genere, Dalla parte delle bambine (1973). Ha senso, oggi, porsi «ancora » in quella prospettiva? La divisione del mondo per generi non dovrebbe essere qualcosa di superato? Dopo la lettura del libro di Loredana Lipperini la risposta non può che essere «no». I modelli di femminilità costruiti e trasmessi dalla famiglia, dalla scuola, dalla letteratura per l’infanzia sono ancora profondamente tradizionali. Risultati non diversi danno le analisi di più moderni prodotti dell’immaginario, per i quali le distinzioni tra donne e bambine appaiono sempre più sfumate: riviste o programmi dal target adolescenziale sono consumati da bambine delle elementari, media come la televisione, la pubblicità e internet sono fruiti da un pubblico indifferenziato.

Porsi nuovamente «dalla parte delle bambine» presuppone perciò un’analisi della costruzione sociale dei due sessi nel mondo adulto che, con la percezione di sé inconsapevolmente offerta ai bambini, ma anche con una studiata proposta di consumo differenziata tra maschi e femmine, impone distinte educazioni di genere. L’inchiesta di Lipperini è tanto intelligente nel cogliere questi mutamenti quanto nell’evitare ogni forma di allarmismo aprioristico. I prodotti culturali di massa e i media che li diffondono non vi sono stigmatizzati: i media sono, appunto, soltanto «mezzi», specchi della realtà che li produce. Non sono i videofonini a generare il bullismo; la violenza di gruppo di bambini o adolescenti preesiste a YouTube, ma anche al Giovane Törless. Semmai, una sciocca esibizione narcisistica, tanto più facilmente accessibile con i nuovi mezzi, consente al mondo adulto di accorgersene.

Se catastrofismo, o meglio, allertato disagio, è giusto che il libro produca, riguarda piuttosto la realtà sociale che questi specchi ci rimandano. Le innegabili conquiste legislative del femminismo non hanno corrisposto a un mutamento profondo delle strutture di pensiero, che costituiscono la base, così difficile da erodere, del dominio maschile. Non sono scomparsi i principî di percezione del mondo che rimandano a una gerarchia di rapporti tra i generi: basti, a dimostrarlo, l’inquietante attualità delle considerazioni, citate da Lipperini, non solo di Dalla parte delle bambine, ma anche del Secondo sesso di Simone de Beauvoir (1949). La nostra immagine del femminile è ancora legata alla riduzione della donna a corpo (e dunque del suo corpo a oggetto), a un ruolo sociale di accudimento, a un’ “alterità” naturale se non addirittura magica, quindi al di fuori della storia: le “nuove” eroine dei cartoni animati, le Winx o Sailor Moon, nuove non possono essere finché ripropongono questi stereotipi.

Studiare i prodotti della cultura di massa consente di liberarsi da un’alternativa che tende, nei suoi due corni, a una semplificazione: da una parte, gli strilli scandalizzati della televisione e dei quotidiani, che lanciano allarmi impotenti di fronte a episodi di cronaca che hanno per vittime le donne, o per protagoniste madri assassine, adolescenti anoressiche, cubiste tredicenni; dall’altra, l’ingenuo ottimismo prodotto dall’accesso di alcune donne a posti di responsabilità economica o politica. Tra i due piani, tra le emersioni di violenza nella cronaca e la parità di diritti teoricamente garantita, l’analisi della sfera dell’immaginario offre la necessaria mediazione: le ricostruzioni mentali della realtà vi agiscono concretamente, influenzando i comportamenti e le scelte di donne e uomini, anche di quelli più colti e criticamente consapevoli.

allegoria75

Copertina75.jpg

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

Di seguito è disponibile l'indice completo del numero diviso per le sezioni tematiche della rivista.
Fai clic su un titolo di sezione per espandere l'indice degli articoli contenuti.

Teoria e critica

Il presente

Il libro in questione

Insegnare letteratura

Tremila battute