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Daniel Mendelsohn - "Gli scomparsi"

[Neri Pozza, Vicenza 2007]

Solo l’ossessione del politically correct può ignorare che le buone intenzioni e una giusta causa non garantiscono la riuscita di un’opera d’arte. Nel 1963 Enzensberger lo rilevava a proposito di Der Funke Leben (1952): «Remarque […] ha scritto un romanzo sui campi di concentramento. Le sue opinioni sono giuste e ragionevoli, la sua probità individuale è superiore a ogni dubbio. Tuttavia il contenuto oggettivo del libro è quello di un romanzo di terza categoria». I decenni trascorsi non sembrano aver creato anticorpi sufficientemente potenti contro approcci didattici e moralistici alla narrazione dello sterminio degli ebrei d’Europa. Solo notevoli energie intellettuali e creative consentono di evitare di trarne esiti banalizzanti o superficiali, e la buona volontà non basta a compensarne l’assenza.

Un esempio recente di profusione (720 pagine!) di buona volontà è Gli scomparsi di Daniel Mendelsohn, docente di letteratura greca, discendente di terza generazione di una famiglia di ebrei galiziani emigrati negli Stati Uniti negli anni Venti. Qui il nonno materno aveva trovato tranquillità e prosperità, mentre il fratello maggiore, rimasto in Polonia, fu assassinato durante l’occupazione nazista. Di lui i fratelli non erano riusciti ad appurare neppure il luogo e il modo della morte: perciò Daniel, fin dall’infanzia ossessionato dal proprio albero genealogico, tra il 2001 e il 2006 intraprende una serie di viaggi in Australia, Europa e Israele per cercare di ricostruire il destino del prozio, di sua moglie e delle loro quattro figlie attraverso le testimonianze degli ultimi concittadini ebrei, polacchi e ucraini ancora in vita.

Stranamente, la quarta parte di un libro che dichiaratamente non ambisce a distaccarsi dal regesto di fatti e conversazioni si apre con questa frase di Proust: «La condizione mentale di chi “osserva” è di gran lunga inferiore a quella di chi crea» (p. 617). Eppure il narratore afferma di non voler essere nulla più di un osservatore (e un ascoltatore), al massimo un cronachista: puntella il suo discorso di fotografie di luoghi e persone, a imitazione delle prose di Sebald, e dell’assicurazione che i dialoghi riportati sono la trascrizione fedele di registrazioni e filmati. Non ha però intenzione di limitarsi alla nudità testimoniale propria, per esempio, di Shoah di Lanzmann.

L’io cercatore troneggia al centro del racconto, relegando le testimonianze dei sopravvissuti a lacerti collaterali, tappe di un percorso investigativo più simile a quello di Sherlock Holmes che alla ricerca di uno storico. Mendelsohn è animato da un’ossessione – come lui stesso riconosce – che a volte sfocia in un’impudica cecità nei confronti di tutto ciò che non riguarda i “suoi” «sei» tra i «sei milioni» di «scomparsi» (A Search for Six of Six Million, recita il sottotitolo del libro).

Nonostante le sue dichiarazioni Mendelsohn non si limita a raccontarci gli incontri e gli eventi, ma cerca di trasfigurarli nell’epopea di un moderno Odisseo o Enea, sfoggiando le sue competenze accademiche di classici greci e latini, o di un Abramo in viaggio verso la Terra Promessa, inframmezzando il suo racconto con commenti alla Genesi poco penetranti e troppo debitori a due fonti (il medievale Rashi e il contemporaneo Friedman) incongruamente accostate e decontestualizzate. Forse proprio qui risiede l’interesse maggiore che si può trarre da questa lettura, nello sguardo ingenuo con cui questo studioso americano guarda alle radici e alle tragedie della civiltà europea. Ne è certo sinceramente affascinato, ma è anche incapace di penetrarne la complessità problematica e la profondità.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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