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Alice Munro - "La vista da Castle Rock"

[Einaudi, Torino 2008]

La vista da Castle Rock, l’ultimo volume di racconti di Alice Munro, si divide in due parti. Nella prima, Area depressa, l’autrice racconta le vicende dei suoi antenati scozzesi, i Laidlow, dal «4 giugno 1818, [quando] salgono a bordo di una nave per la prima volta in vita loro» (p. 31) per emigrare in America, al loro insediamento nella Nova Scotia, alle difficili peripezie per sopravvivere in una terra straniera, fino all’integrazione definitiva, che si conclude nei primi anni Trenta, quando la stessa Munro è già nata. Quella raccontata, nonostante il tono ostentatamente autobiografico, non è una storia privata, ma collettiva, che riguarda una comunità intera.

Non stupisce pertanto la costruzione epica del racconto, con uno spazio geografico che seppur immenso è percepito sempre a misura d’uomo (ad esempio l’America che il padre di Andrew crede di vedere da Castle Rock), con un tempo che invece di creare macerie rimarca l’identità tra una generazione e l’altra, e con una miriade di personaggi, talora omonimi e per lo più legati da vincoli familiari, che si impone come un insieme indistinto e compatto: nessuna figura infatti si erge sulle altre, né gode di una rappresentazione privilegiata.

Tutt’altra atmosfera si respira nella seconda parte del libro, A casa, in cui l’autrice si racconta in prima persona, riferendo sei particolari momenti della sua vita. Sebbene la storia individuale sembri essere il risultato di un più ampio movimento umano e sociale, l’io in queste pagine non si riconosce più integralmente nella storia della collettività. E questo è abbastanza comprensibile: a causa di motivi prettamente storici (imborghesimento del ceto contadino, innalzamento del livello culturale, emancipazione sessuale) la protagonista di La vista da Castle Rock ha compiuto uno strappo, sposando ad appena venti anni un uomo di città, appartenente dunque a una comunità diversa.

Un evento, questo, che infrange quel mondo chiuso raffigurato nella prima parte del volume, e che apre ad un universo frammentario e discontinuo: si susseguono dunque immagini e scene di solitudine, quali un divorzio, un’estate a servizio in una famiglia che si detesta e da cui si è ignorati (si tratta del racconto Stipendiata), una «vita fatta di giorni seduta a scrivere in una stanza e di qualche uscita per incontrare un’amica o un amante» (p. 277). Ma soprattutto a cambiare è la costruzione del racconto: se nelle novelle di Area depressa si riscontravano unicamente scene corali, in A casa, invece, all’interno dello stesso racconto si nota un’alternanza tra sezioni di testo incentrate su Alice, e descrizioni di ambienti familiari (a volte anche del passato); e man mano che si procede nel volume, queste ultime occupano più spazio, senza però essere mai elette a livello primario della storia.

È come se l’io-protagonista sentisse il bisogno di legare la sua vicenda personale a quella collettiva, senza però riuscire mai a fonderle in un unico insieme. La vista da Castle Rock racconta dunque il tentativo disperato di ricomporre un’unità perduta; e che tale impresa sia disperata lo rivela l’Epilogo (composto unicamente dal racconto Messaggera), con Alice alla ricerca di tombe di famiglia che non si trovano («Alla ricerca di una tomba, un ricordo. Un’unica indicazione attira il mio sguardo. / Cimitero ignoto », p. 305), o che, seppur rintracciate, non dicono più nulla.

E la stessa immagine finale, apparentemente armonica, in realtà non fa che rimarcare dissonanze: l’«incantevole fermaporta, una grossa conchiglia di madreperla che riconoscevo come messaggera di luoghi vicini e lontani, perché potevo portarla all’orecchio, quando in giro non c’era nessuno a impedirmelo, e sentire il battito formidabile del mio stesso cuore, e del mare» (p. 308) è raggiungibile solo nella dimensione fugace, labile e precaria del ricordo; un ricordo – e sono proprio i racconti di La vista da Castle Rock a denunciarlo – che può essere recupero del passato, solo nella misura in cui è anche espressione di perdita totale e definitiva del tempo trascorso.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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