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Jacques Rancière - "Politique de la littérature"

[Galilée, Paris 2007]

Politique de la littérature di Jacques Rancière è un libro fondamentale per la teoria e la critica della letteratura. Lo è certo per la ricchezza e la novità dell’articolazione concettuale, ma anche per gli effetti benefici che la sua riflessione potrebbe avere sui nostri studi letterari e sul nostro dibattito critico. Come il titolo esplicita, il libro non verte sui rapporti tra letteratura e politica, ma su quelli tra una politica propria ad una certa arte dello scrivere (la “letteratura”) e la politica intesa come pratica oratoria volta a ridefinire nell’arena pubblica lo statuto dei soggetti e la natura del loro mondo.

La riflessione di Rancière ha un carattere “telescopico”, ossia pensa la modernità letteraria nell’ottica della lunga durata. Ciò significa relativizzare il paradigma modernista (dal formalismo russo allo strutturalismo francese), per pensare diversamente quella pratica che, da circa un paio di secoli, definiamo “letteratura”. Quest’ultima indica un nuovo tipo di rapporto tra significati e cose, tra parole e corpi, che si oppone all’ordine classico e al suo edificio tradizionale di generi. Si tratta poi di un tipo di rapporto intimamente legato alle forme di vita del regime democratico, che va affermandosi sulle rovine dell’Ancien Régime. Il libro si divide in tre sezioni.

La prima contiene due saggi teorici, la seconda mette alla prova le categorie elaborate attraverso cinque itinerari monografici (Flaubert, Tolstoj, Mallarmé, Brecht, Borges), la terza presenta tre saggi tematici (letteratura e psicanalisi, il genere biografico, letteratura e filosofia). Uno degli assunti fondamentali di Rancière è l’abbandono del concetto di “letterarietà”, al quale sostituisce una concezione che s’interessa agli scambi continui tra parola letteraria e parola d’uso comune: «La funzione comunicativa e la funzione poetica del linguaggio non cessano, infatti, d’intrecciarsi l’una all’altra, tanto nella comunicazione ordinaria, che brulica di tropi, quanto nella pratica poetica che sa deviare a proprio vantaggio degli enunciati perfettamente trasparenti».

A ciò dobbiamo aggiungere un secondo presupposto, che vede nella politica propriamente intesa e nella letteratura due pratiche incentrate sul dissenso, sull’interruzione, sulla riorganizzazione dei rapporti tra visibile e dicibile. Se questo è l’elemento comune (una sorta di dinamica basata sull’instabilità degli statuti sociali e dei significati condivisi), ciò che separa l’universo letterario da quello politico è un problema di scala: «Il dissenso letterario lavora sui mutamenti di scala e di natura delle individualità, sulla decostruzione dei rapporti tra stati di cose e significati. In tal modo si differenzia dal lavoro di soggettivazione politica che configura con delle parole dei collettivi nuovi». Nulla di imprevisto, quanto a concezione del politico, è cruciale invece la definizione della letteratura.

Quest’ultima, infatti, non rinvia ad una sorta di essenza o di procedimento unico, ma dischiude tre orientamenti distinti (tre “politiche” della letteratura). Il primo è basato sulla radicale democraticità (equivalenza) dei soggetti di cui è possibile narrare o poetizzare (Lyrical Ballads, Madame Bovary). Il secondo è volto ad una sorta di «archeologia del mobilio sociale», ossia alla decifrazione delle segrete fantasmagorie inscritte sulle merci e sui corpi della società (La Comédie humaine).

La terza è tesa a individuare «la democrazia molecolare degli stati di cose senza ragione», ossia insignificanti e privi di senso, che si sottraggono all’ermeneutica della decifrazione dei segni inscritti negli oggetti. Dei tre grandi orientamenti, è senz’altro quest’ultimo quello ancora meno esplorato e compreso. Ma esso risuona in modo estremamente nitido nella voce di alcuni autori centrali del Novecento, da Beckett a Gombrowicz, da Ponge a Volponi. E in quest’ottica, Rancière ci offre una via ermeneutica importante, seppure ardua: confrontarsi con la politica letteraria del non-senso, ossia con quegli eventi molecolari che precedono ogni figura di soggetto e di mondo.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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Tremila battute