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Max Brod - Franz Kafka - "Un altro scrivere. Lettere 1904-1924"

[traduzione e introduzione di Marco Rispoli e Luca Zenobi, Neri Pozza, Vicenza 2007]

Le lettere di Kafka – vertici dell’espressività della lingua tedesca che non sfigurano accanto a quelle di Goethe e Kleist, di Hofmannsthal e Rilke – sono documenti preziosi in cui il racconto di sé, vivido e spietatamente sincero, è colto nell’attimo in cui si compie quel «processo di metaforizzazione e di traduzione ironica» (G. Baioni) che conduce dall’esperienza biografica alla grande narrativa dell’autore. Con la pubblicazione del carteggio fra Kafka e Brod viene data al pubblico italiano la possibilità di completare un quadro in verità già noto grazie all’edizione integrale delle Lettere curata da Ferruccio Masini nel 1988.

La particolarità del nuovo libro è quella di proporre le missive di entrambi gli autori, ricostruendo quel fitto dialogo umano e intellettuale al di fuori del quale non è esagerato dire che la produzione kafkiana non sarebbe affatto, o quantomeno non come la conosciamo. L’amicizia di Kafka e Brod, infatti, nata all’insegna della «nostra epoca ebraico- occidentale» (p. 227), si espresse nell’aspirazione a formulare una cultura ebraica moderna, ancora tedesca ma non più assimilata, a cui Kafka né poté né volle aderire sino in fondo.

Al modello di successo che Brod, con la sua vita e la sua produzione letteraria, implicitamente proponeva all’amico – modello che richiedeva la conciliazione di quelle tre direttive personali e culturali, letteratura sionismo e matrimonio, che i curatori esplorano nella loro introduzione – Kafka opponeva un compiaciuto senso di fallimento. È allora l’assurdità del pur necessario sacrificio di sé sull’altare della letteratura il nucleo dello scambio epistolare tra i due scrittori, quel «carteggio» che Kafka chiama ironicamente – ma anche mostrando chiara consapevolezza della sua importanza – «lo stesso coltello contro il cui filo le nostre gole, gole di poveri colombi, si tagliano» (p. 160).

Divisi paradossalmente proprio da ciò che li accomunava, la letteratura e l’ebraismo, il loro serrato colloquio non poteva che essere contraddistinto da una disarmonia di voci che fa davvero pensare ad amici intimi ma destinati a diventare «futur[i] nemic[i]» (p. 47). Nel lavoro qui discusso, la diversità espressiva e caratteriale dei due trova corrispondenza nel fatto che al primo curatore, Rispoli, sia spettato il compito di tradurre le lettere di Brod, mentre il secondo, Zenobi, abbia affrontato Kafka. L’esperimento risulta convincente anche se, nel dettaglio, alcune delle soluzioni adottate non sono all’altezza di quelle formulate, per Kafka, da Ervinio Pocar nella già menzionata edizione di Masini (si guardi, per citare un solo esempio, alla resa del verbo tedesco «sich bewähren» nella lettera del 20 novembre 1917).

Dal punto di vista filologico va osservato che la presente edizione è basata su quella tedesca a cura di Malcolm Pasley del 1989, della quale è rispettata la lezione e la datazione delle missive, mentre è stato approfondito l’apparato di note, ricco per quanto concerne gli aspetti letterari (prime edizioni, riviste, citazioni ecc.) e più succinto riguardo alle informazioni biografiche. Peccato invece che la nota editoriale non chiarisca se e in che modo sia stata utilizzata l’edizione critica di tutte le lettere kafkiane approntata da Hans-Gerd Koch (ma non ancora terminata). Spiace, infine, che in un lavoro importante come questo manchi un indice dei nomi e delle opere.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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