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Cesare De Marchi - "Romanzi. Leggerli, scriverli"

[Feltrinelli, Milano 2007]

Nelle parole dell’autore, questo saggio è «un atto di fede nel romanzo»: non una poetica, né una teoria. Cesare De Marchi, noto finora come narratore (Il talento e La furia del mondo le sue opere più importanti) riflette sul genere dal duplice punto di vista dello scrittore e del lettore. Nel ricercare la specificità della parola romanzesca (e a tratti anche di quella letteraria), si trova in un terreno contiguo, in qualche misura, ai formalisti, ai New Critics e soprattutto ai crociani, senza però avere dalla sua lo sfondo storico-politico e critico che animava queste teorie. Identificando il principio fondante del romanzo nei «movimenti di parole» che sospingono la penna dello scrittore e l’occhio di chi legge fino alla conclusione, De Marchi apre la strada ad un close reading che molto deve alla critica stilistica, esemplificato in pochi ma riusciti passaggi.

In questo modo, però, ridimensiona l’importanza della struttura romanzesca, considerata, al pari della trama, tra gli elementi utili ma non indispensabili alla stesura di un buon romanzo. L’elemento necessario è invece la «struttura temporale» – ossia l’intreccio, sembra di capire. Al capitolo III segue un’appendice dove si attaccano le Lezioni americane di Calvino: le quali, mirando a una struttura forte e alla creazione d’immagini ben definite e visibili, si pongono agli antipodi del concetto di romanzo che De Marchi difende. A suo giudizio, il romanzo è un’entità esclusivamente verbale. De Marchi non apprezza i passaggi romanzeschi che permettano al lettore di crearsi immagini mentali del narrato, immagini che si sottraggono a una volontà autoriale, espressa principalmente nella costruzione di periodi che mimano sintatticamente il contenuto.

Per questo attacca il bovarismo e in generale l’immedesimazione del lettore, che distoglierebbe l’attenzione dalla tecnica narrativa del romanziere. Oltre alla «struttura temporale », il secondo elemento decisivo del romanzo è il personaggio, che si distinguerebbe dalle persone reali per il carattere più definito e per la necessità delle sue azioni. In generale, tutto il saggio mira a sottolineare la distanza tra letteratura e realtà. L’ultimo capitolo descrive il rapporto dello scrittore con la sua opera: perché si scrivono romanzi? Notato l’esaurimento del ruolo sociale dell’intellettuale e dello scrittore (ma per De Marchi questo ruolo non è mai esistito) e, dopo avere criticato l’«intellettuale mediatico» che frequenta i salotti televisivi, ma anche l’intellettuale impegnato di stampo sartriano, De Marchi propone, come unico movente, la volontà di narrazione: «se narrare è trovare le parole per una storia, in tale ricerca risiedono impegno e moralità dello scrittore» (p. 166).

Ma alla fine una teoria del romanzo di questo tipo, pur sottolineando giustamente l’importanza della volontà autoriale, paga al narcisismo l’alto prezzo di sottomettergli tutto. La piega intimista che il saggio prospetta – uno scrittore-narratore che ci parla di esperienze da lui inventate in uno stile personale ben definito – ricorda da vicino gli esiti della lirica moderna. Di pari passo De Marchi rifiuta un ruolo pubblico e difende l’autonomia del testo, scisso dal mondo che l’ha creato e che lo deve leggere. A questo proposito è interessante notare come De Marchi non abbia considerato il terzo incomodo della letteratura: il critico. Il suo saggio non è un’opera critica, né ai critici si rivolge. Ma se per eliminare il referente esterno della letteratura ci vogliono ancora centosettanta pagine, per eliminare la critica basta uno iato, un non detto. Un’opera e due assenze, forse speculari forse parallele: critica e società.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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