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Donatella Orecchia - "La prima Duse. Nascita di un'attrice moderna (1879-1886)"

[Artemide, Roma 2007]

Nel suo studio sulla prima fase della carriera di Eleonora Duse Donatella Orecchia propone un’immagine molto diversa da quella successiva e più divulgata dell’interprete dannunziana, né l’autrice si limita a uno spaccato di storia del teatro. Queste pagine indagano infatti i tratti della modernità di un’artista in relazione al contraddittorio panorama sociale, economico e culturale nell’Europa di fine Ottocento. L’analisi prende avvio dalle condizioni produttive e organizzative del lavoro dell’attrice, dalla ricostruzione del contesto teatrale, letterario e economicosociale in cui la Duse dovette sviluppare la propria arte.

Furono ragioni contrattuali, per esempio, a portarla a recitare, al suo arrivo a Torino nel 1880, figure femminili marginali, ai limiti della moralità, cortigiane. Personaggi appartenenti per lo più al repertorio francese contemporaneo, iscritti tutti nel solco del dramma borghese, atti quindi a giustificare, a rispecchiare e a rendere “naturale” sul palco l’ideologia della platea; e tuttavia proprio lavorando su questi ruoli l’attrice riesce a sgretolare il conformismo dei buoni sentimenti: attraverso una rigorosa ricerca formale sulla recitazione, inserendo negli “spazi vuoti” lasciati dai copioni un’intelligenza critica precorritrice.

È infatti la tecnica attoriale a distinguere la Duse: una recitazione che non cerca l’empatia del pubblico, bensì una «tensione nervosa» (p. 114), cerebrale; non un’immedesimazione nel personaggio ma uno scandaglio della «condizione dolorosa» (p. 154) storica e collettiva di cui quel personaggio è un punto sensibile. Un’attitudine all’estraneità alla vita e alle logiche mercantiliste del mondo teatrale (e non solo) che si rapprende in “noia” e “stufamento”, e in una presenza sul palco che diviene via via più coscientemente innaturale, artificiosa, estraniata. Nei movimenti del corpo come negli sbalzi della voce, o nella sua bellezza ambigua e inquieta, la giovane attrice appare precaria, sgraziata e disarmonica.

I gesti quasi meccanici divengono la cifra del suo incarnare figure di donne conflittuali, a dispetto dei testi compiacenti nei confronti del pubblico borghese di Dumas figlio o di Sardou. Ma è proprio questo suo stravolgere nella scena, col corpo, i contorni letterari dei ruoli a lei assegnati a caratterizzare, secondo Donatella Orecchia, la sua modernità e attualità. Di più, la figura della cortigiana diviene, nella rappresentazione offerta dalla Duse, l’immagine più emblematica della condizione della donna, oltre che dell’artista: entrambi impossibilitati a una vita non reificata e alienata.

La ricerca, condotta a partire da un lavoro dettagliato di analisi di recensioni, critiche, copioni, epistolari dell’epoca, traccia un profilo della giovane attrice definito, benjaminianamente, allegorico. Lo stile “negativo” della Duse acquista la densità di una forma crudamente – crudelmente – moderna, capace di affermare, con il rinnovamento della tecnica, la falsità di ogni rappresentazione artistica naturalisticamente conciliata.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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