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John Ashbery - "Un mondo che non può essere migliore. Poesie scelte 1956-2007"

[traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan, Luca Sossella Editore, Roma 2008]

John Ashbery, nato a Rochester, New York, nel 1927, è considerato da molti il maggior poeta statunitense vivente. L’antologia curata da Damiano Abeni e Joseph Harrison per Sossella porta all’attenzione dei lettori italiani numerose poesie, scelte tra tutte le raccolte pubblicate del poeta, offrendo una panoramica completa dello sviluppo, delle sfaccettature e delle idiosincrasie della sua complessa produzione. Impresa lodevole e difficile, poiché l’opera di quest’autore pone non pochi problemi di antologizzazione, trattandosi di un poeta che si rinnova con incessante metamorfismo e che presenta profonde divergenze di stile, contenuto e forma, da una raccolta poetica all’altra, come ben illustra J. Harrison nell’introduzione.

Nella scelta sono stati inclusi alcuni componimenti da Some Trees, la stupefacente opera prima premiata da W. H. Auden nel 1956 con l’inserimento nella collana «Yale Younger Poets», che segna l’effettivo inizio della carriera di Ashbery, e diverse poesie dal magnifico Houseboat Days, da considerarsi, come riaffermano i curatori, la sua miglior raccolta. Non c’è cultura poetica che non traspaia nel corpus delle opere di Ashbery, in alcuni casi in forma di vera ispirazione, in altri solo di velata ombra o di eco: l’influenza di Marianne Moore e dello stesso Auden nei primi scritti; in seguito, l’orfismo di Whitman e Crane, la tradizione romantico- visionaria di Emerson, Dickinson e Stevens; nonché la grande poesia inglese, in particolare del rinascimento e del romanticismo; e, ancora, i modi del postmoderno e il surrealismo francese.

Cresciuto poeticamente accanto a Frank O’Hara e Kenneth Koch, della scuola di New York, Ashbery ha saputo rinnovarsi e rinnovare continuamente la propria poesia, al di là di qualsiasi vincolo contenutistico o formale, negando e vivificando continuamente la sua poetica, per liberarsi da qualunque costrizione. Sembra non esserci una sfumatura dell’esistenza della quale Ashbery non faccia poesia, attingendo da ogni fonte e sperimentandosi in una grande varietà di forme tradizionali e popolari, incluse le più esasperatamente ripetitive, la sestina, il pantoum e la canzone. Proprio quando sceglie di abbracciare queste forme tradizionali, si fa più evidente la capacità innovativa della sua poesia, che a tratti si avvicina alla pittura contemporanea e alle arti visive, emulandone l’astrazione e il processo associativo, attraverso una libertà assoluta dell’arte verbale e un particolare gioco di rimandi e contraddizioni interne.

Grazie ad una straordinaria capacità di piegare sintassi e forma alle proprie necessità, Ashbery crea frasi che si avvolgono come serpenti nelle strutture, aggirando ogni regola, evocando emozioni, passioni e visioni, anche quando definiscono significati precisi. In tal modo, l’autore non attutisce la portata denotativa delle parole, ma ne amplifica la plasticità e il volume e insieme l’esattezza. Il vocabolario cui attinge appare pressoché infinito, non solo per la sua reale vastità, ma per la capacità di rivelare di ogni parola innumerevoli significati: ogni parola è in sé un “mutaforma”, che mantiene il suo nucleo forte per rivelarsi nuova in momenti poetici e contesti compositivi differenti. Con il lungo poema Autoritratto in uno specchio convesso, il suo più famoso, per il quale ottenne il Pulitzer nel 1975, Ashbery si avvicina anche alla poesia ecfrastica.

Spunto per la poesia, l’omonimo dipinto del Parmigianino: «Come lo fece Parmigianino, la mano destra / più grande della testa, protesa verso lo spettatore / mentre con naturalezza sfugge, come a proteggere / ciò che sfoggia», per giungere, con passaggi velocissimi, a toccare il senso più profondo delle cose e tornare, con il movimento elastico di una frusta, a sfiorare la superficie dei discorsi: «Papa Clemente e la sua corte ne furono “stupefatti”, / secondo Vasari, e promisero una commissione / che non si concretizzò mai. L’anima deve restare dov’è, / per quanto inquieta, a sentire la pioggia sul vetro, / il sospiro delle foglie autunnali sferzate dal vento, / e bramare d’essere libera all’aperto, ma deve restare / in posa in questo posto. Deve muoversi / il meno possibile. Questo dice il ritratto».

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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