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Riccardo Ridi - "La biblioteca come ipertesto"

[Editrice Bibliografica, Milano 2007]

L’aspetto più interessante dell’ultimo libro di Ridi, a parte la riflessione teorica sul tema della biblioteca digitale e l’analisi rigorosa, squisitamente tecnica sulle sue applicazioni pratiche e sulla sua concretizzazione attuale e futura, consiste nell’acuta e profonda indagine sul concetto di ipertestualità. L’autore – rielaborando e riutilizzando tematiche sviluppate dalla maggiore letteratura scientifica sull’argomento – individua i caratteri, le peculiarità ipertestuali anche all’interno dei documenti analogici: l’ipertestualità in sostanza non appartiene solamente all’universo digitale ma i suoi “ingredienti” – granularità, multilinearità, multimedialità, integrabilità e interattività – interessano anche i documenti cartacei.

La non sequenzialità e la multisequenzialità ossia la possibilità di leggere un testo seguendo non necessariamente un unico ordine – quello predisposto dall’autore – sono caratteristiche, secondo Ridi, rintracciabili anche nei documenti analogici che possono essere letti «attraverso più itinerari, o perché ciò è previsto dall’autore stesso (come nei saggi scientifici o negli strumenti di reference, ricchi di rinvii, citazioni e indici) o perché il lettore decide comunque di sovvertire l’ordinamento previsto (come si fa spesso coi libri di aforismi, racconti e poesie)». In sostanza anche un contributo monografico, un’opera di consultazione, un repertorio bibliografico contengono marcati caratteri ipertestuali che consistono nella possibilità di effettuare una iperlettura, ossia di ripercorrere la complessa struttura sindetica, l’architettura di rimandi rappresentata dalle note a piè di pagina e dagli indici.

L’ipertestualità inoltre, cui vengono associati i concetti di iperscrittura ed iperlettura, viene utilizzata come categoria, come paradigma per affrontare e sviluppare il tema della biblioteca digitale, dei suoi “ingredienti” principali – risorse elettroniche, documenti digitali e servizi – e della gestione documentaria nel contesto attuale, su cui l’autore si sofferma nelle sezioni più tecniche del libro (Le biblioteche e l’ipertestualità, La biblioteca digitale come ipertesto e Il futuro ipertestuale delle biblioteche).

Il testo di Ridi si pone come punto di riferimento nella letteratura scientifica italiana sulla biblioteca digitale e sull’ipertestualità offrendo una rigorosa e completa sintesi delle problematiche, dei temi e delle questioni tecniche relative alla digital library e alle sue realizzazioni ed applicazioni pratiche attuali e future: dalla distinzione fra biblioteche digitalizzate e biblioteche digitali native all’esame dei differenti formati dei documenti digitali; dalle varie tipologie di risorse elettroniche che formano una biblioteca digitale (periodici elettronici o e-journals, open archives istituzionali e disciplinari, banche dati, libri elettronici o e-book) all’analisi delle categorie e dei più importanti schemi di metadati (descrittivo-semantici e amministrativi- gestionali, Dublin Core, MAG-ICCU, DOI) utilizzati per la gestione, la descrizione e il recupero dei documenti elettronici; dalle modalità di accesso al contenuto informativo della biblioteca digitale – OPAC e portali – agli strumenti di comunicazione (le interfacce) con cui i microdocumenti vengono resi fruibili.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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Teoria e critica

Il presente

Il libro in questione

Insegnare letteratura

Tremila battute