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"I Soprano e gli altri. I serial televisivi americani in Italia"

[a cura di Donatella Izzo e Cinzia Scarpinato, Shake, Milano 2008]

I serial televisivi americani abitano il nostro immaginario. Accompagnano le nostre vite, stagione dopo stagione, spesso più di uno alla volta, non di rado sottraendo tempo alla lettura. Spesso, e non solo per moda, gli intellettuali riuniti in conversazioni parlano di E. R., Sex & the City, I Soprano, C. S. I., Grey’s Anatomy, come un tempo di saggi, romanzi o cinema d’autore. Da cosa dipende la fortuna e quali sono le caratteristiche e i meccanismi profondi di una cospicua fetta dell’immaginazione contemporanea, anche del pubblico colto e anche fuori dall’America? Sono questi gli interrogativi che attraversano i brillanti saggi di I Soprano e gli altri, numero speciale della rivista di studi nord-americani «Acoma», che invita i lettori comuni a un approfondimento dei significati culturali di programmi di successo, e i lettori accademici a un vigoroso aggiornamento nell’area dei media studies, segnata in Italia da un tradizionale quanto snobistico ritardo.

Come si legge negli interventi introduttivi di Scarpino e Carini, la «seconda stagione d’oro» della TV americana, iniziata nella seconda metà degli anni Novanta, si basa su fattori-chiave estrinseci e intrinseci: il consolidamento dei canali indipendenti (NBC, CBS, HBO); il conseguente scarto dal mainstream televisivo, evidente nella cura formale di prodotti dotati spesso di un’eccellente scrittura e di una notevole complessità di personaggi e linee narrative; le innovative rielaborazioni formali e di genere, che da una parte combinano la serie (narratività verticale fondata su episodi autoconclusivi) con il serial (narratività orizzontale, lineare e aperta), mentre dall’altra creano efficaci ibridi di dramma e commedia, sfidando le rigide separazioni tra generi e registri.

Con i loro personaggi compositi, con gli intrecci multipli che si rincorrono dentro e fuori gli episodi, i serial ripropongono caratteristiche dell’epica (eroi dai tratti riconoscibili, identità collettive in divenire) e dei romanzi popolari ottocenteschi (enfasi sul quotidiano, andamento narrativo frazionato, rapporto interattivo col pubblico). Diversamente da molti tra i migliori romanzi americani recenti, magnetizzati dal passato, i serial parlano del presente. Rivaleggiando con narrativa e cinema, riflettono, in parte forgiandoli, comportamenti e ossessioni dell’America, ma anche, più in generale, della società occidentale contemporanea: dai rapporti di genere alle (nuove) relazioni familiari, dalla politica alla guerra alla centralità del corpo.

Le difficoltà dell’adattamento transculturale sono evidenziate dal saggio di Bellaldelli sulle traduzioni omofobiche dei dialoghi italiani di Will&Grace e da quello di Alatas sull’appropriazione superficiale, da parte di due scrittrici mussulmane, delle trasgressioni femminili di Sex&theCity. Molti serial mettono in scena famiglie problematiche: ora alla ricerca di nuove configurazioni (Six Feet Under), ora formate da nuclei omosessuali (The L Word, sospeso per Gennero tra glamour omologante e trasformativo); spesso ai legami di sangue si sostituiscono quelli amicali, e i figli sono condannati a un doloroso confronto con madri e padri (Grey’s Anatomy, Lost, il cui specchio rovesciato, nell’avvincente saggio di Alison, è la sindrome post-edipica degli ultimi presidenti americani).

Oltre alle famiglie dominano i corpi (rapiti, torturati, sezionati, curati), tagliando trasversalmente il sottogenere poliziesco e medico. Carroll e Izzo leggono 24 e CSI come estensioni degli interessi ideologici della politica, nel loro evocare insistentemente una sospensione della legge e uno stato d’eccezione analoghi a quelli voluti dalla presidenza Bush dopo l’11 settembre. Ma l’eccezione istituita può essere risanatrice, come in E. R., discusso da Asperti attraverso la metafora bellica. Al servizio dell’intrattenimento eppure capaci di diffondere complessi modelli culturali, i serial letti dagli autori della raccolta ci invitano a riflettere sull’“eccezionalità” degli Stati Uniti, ineguagliati produttori di ideologia su scala globale.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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