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Aharon Appelfeld - "Storia di una vita"

[Guanda, Parma 2008]

Riedito ad alcuni anni di distanza dalla data della sua prima pubblicazione in Italia, Storia di una vita rappresenta probabilmente la chiave d’accesso più immediata all’universo narrativo di Aharon Appelfeld. Questo insolito racconto di formazione ambisce a ricostruire la vicenda esistenziale dell’autore, a partire dal recupero di almeno quattro episodi fondamentali della sua infanzia: l’uccisione dei genitori da parte dei tedeschi; la deportazione in campo di concentramento; la fuga attraverso i boschi e le campagne dell’Ucraina; l’arrivo nello stato di Israele. Nonostante il rilievo che questi eventi rivestono nel processo di assestamento del proprio trascorso individuale, sarebbe tuttavia sbagliato esacerbarne la portata.

Infatti, seppur mosso da un disperato bisogno «di avvicinare le parti alla ricerca di un senso», è evidente che questo libro non sia solo un libro sulla memoria, ma anche e soprattutto il delicato bilancio di una vita, costretta ad interrogarsi sul valore e le funzioni dell’arte. È ciò che emerge in particolar modo nei capitoli centrali, dove lo stile si fa quasi saggistico e alla descrizione dei ricordi del protagonista si alternano cronache dei giorni di guerra, ritagli di giornale, quello che rimane di un diario lasciato a metà. In queste pagine, malgrado la sostanziale linearità del dettato, l’integrazione nel tessuto narrativo di materiali diegetici eterogenei tende a fare dell’intrigo principale il pretesto attraverso cui alludere ad un discorso di più ampio respiro.

Quanto alla rievocazione del passato, essa non avviene esclusivamente per mezzo di una scrittura orizzontale; proprio dove le parole sembrano essere inefficaci a dare ragione delle stratificazioni del tempo storico e biografico, viene in soccorso la logica delle giustapposizioni, come a suggerire, per invisibile attrito, la possibilità di un’indagine maturata “nelle pieghe”. In aggiunta alle progressive variazioni di registro, una simile propensione agli accostamenti liberi contribuisce a fare di questa prosa un esercizio decisamente meno classificabile dei precedenti. Invero, la fitta rete di parentele intertestuali che viene a crearsi sulla scorta delle associazioni di tipo figurativo fa sì che l’esposizione dei fatti, pur procedendo ordinata, oscilli di continuo fra lo statuto convenzionale della testimonianza e quello, ontologicamente ibrido, della forma romanzesca.

L’impressione che se ne ricava è che qui più che altrove chi scrive voglia rivendicare, allusivamente ma con la libertà espressiva che gli è propria, un legame forte fra la letteratura e noi stessi, “le opere e il mondo”, nel tentativo di affermare, di fronte alle rovine di un’Europa dilaniata dalla furia nazista, un qualche progetto di redenzione possibile. Al di là dell’interesse documentario che la vasta produzione di Aharon Appelfeld può suscitare, è forse in virtù di questo suo tacito militantismo che all’estero se ne auspica l’antologizzazione nei manuali di scuola, accanto ai testi di Primo Levi e di Semprún.

Infatti, la funzione che gli studi umanistici esercitano, e in virtù della quale dovrebbero essere considerati essenziali nella formazione di base, non è tanto di assicurare un sentimento di continuità attraverso i testi che ne garantirebbero la memoria; quanto di difendere, in un contesto sempre più tentato dalla rinuncia e dall’esclusione, tutte quelle forme di scrittura in cui il vissuto di ciascuno sembri potersi depositare e nutrire, anche in modo laterale, nuovi semi di coscienza critica.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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