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Volker Braun - "La sponda occidentale"

[a cura di Anna Chiarloni e Giorgio Luzzi, Donzelli, Roma 2009]

«Lo sappiamo, siamo di passaggio. / Dopo di noi verrà: nientediché», scriveva Brecht in Del povero B. B. nel 1921: «In mezzo ai terremoti che dovranno venire speriamo / di non lasciare che il Virginia mi si spenga per troppa amarezza». Dall’altro capo della parabola del socialismo storico realmente esistito, tra le macerie della Germania Est, Volker Braun gli risponde: «Brecht, il Suo sigaro si è spento? / In mezzo ai terremoti che abbiamo provocato / negli Stati costruiti sulla sabbia. / Il socialismo esce di scena, ed entra Johnny Walker. / È arrivato, il nientediché ». Vale per Braun ciò che Fortini scriveva per il suo maestro: mentre la maggior parte della poesia moderna intende fondare la realtà di cui parla nell’atto stesso di parlarne, «per Brecht invece il mondo, e senza stupore, esiste; è suo solo perché è persuaso di condividerlo, non già con tutti, ma con una parte, la sua parte». E in questa parzialità sta la sua forza.

Nato a Dresda nel 1939, minatore nel Kombinat “Schwarze Pumpe” prima di studiare filosofia e approdare al Berliner Ensemble, Braun raccoglie il testimone arroventato di poeta morale del socialismo. La sua Germania è l’epicentro dei terremoti del XX secolo, camera di combustione della Grande guerra e dell’annientamento nazifascista, faglia tra il primo mondo e l’altro, che nell’89 catastroficamente vi incespica; ma è anche il paese dove il «sogno di una cosa» tenta di tradursi in realtà.

Anche se la sua idea di socialismo, innervata di sensualità brechtiana – «Un letto ampio per una notte dolce. / Tavolo e sedie. Vino rosso. Pane. / Lavoro e libertà condivisi» – lo pone in conflitto con le linee più astratte della geometria stalinista, i suoi restano sempre «versi protesi in avanti», come osserva Anna Chiarloni nella postfazione a questa prima, attesa e matura antologia italiana curata a quattro mani con Giorgio Luzzi. Anfang (inizio), Zukunft (futuro), Hoffnung (speranza) restano le parole chiave della sua poesia anche quando quel mondo condiviso con «la sua parte» sembra venir meno: l’intraducibile «wann sag ich wieder mein und meine alle », coniato mentre la DDR va a pezzi, possiede non solo la vibrazione mantrica di altri versi celebri («l’amor che move il sole e le altre stelle») ma l’esattezza definitiva con cui un incommensurabile passaggio della storia mondiale si cristallizza in undici sillabe: quando, di nuovo, potrò pronunciare mio e intendere di tutti?

La fine del socialismo non significa per Braun la fine delle ragioni di una poesia, ma l’inizio della sua stagione poetica forse più intensa, preparata lungo gli anni ’80 da un lavorìo ideologico (l’allenamento al disincanto e all’ostinato reincantamento) e stilistico (l’apertura a moduli modernisti attraverso Rimbaud, Majakovskij, Benjamin) che trova un eguale solo nell’ultimo, grandioso Heiner Müller, le cui poesie post-89 (ne esistono due traduzioni: L’invenzione del silenzio, di P. Kammerer, e Non scriverai più a mano, di A.M. Carpi) sono da leggere insieme a queste. Se una lezione oggi si può trarre dalla letteratura della DDR – di cui Braun emerge come uno dei maggiori protagonisti accanto a Brecht, Wolf, Johnson e Müller – è che per inventare il futuro è indispensabile intrecciare un caparbio, e mai disperato, dialogo con i morti.

Ed eccoli, fin dai testi liminari dell’antologia: il cadavere dell’eroe Guevara, con le mani troncate, accanto a quello dell’ignoto Valerij Khodemcuk, il tecnico di Cernobyl rimasto sepolto nel reattore in fiamme mentre tentava di spegnerlo. Anche «dopo il massacro delle illusioni » il poeta rimane in trincea, con Hölderlin e Neruda (o, per trovargli commilitoni italiani, con quella linea di poeti civili che dall’Illuminismo passando per Carducci giunge a includere Pasolini), auscultando i destini generali, pronto a pronunciare «la mortale verità». Non c’è mai stata una fine della storia, per Volker Braun. Che continua a chiederci: «Quanto a lungo la terra è disposta a sopportarci / e che cosa chiameremo libertà».

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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