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Antonio Moresco - "Canti del caos"

[Mondadori, Milano 2009]

«Lettore irredento, se tu sei uno di quelli che aspettano ancora il capolavoro, ho qui per te uno scrittore altrettanto idiota che si è messo in testa di scrivere un capolavoro». Comincia così una vasta opera di 1072 pagine, preceduta da Gli Esordi, e che si prevede conclusa da un opera a venire (Le morti). Parrebbe un’affermazione di ordine mimetico: un io che si rivolge al Desocupado lector, al frère di turno, ma a parlare non è l’autore bensì il Gatto, personaggio “demoniaco” comprensibile solo a partire da Gli Esordi, e questa non è che la prefazione al libro che questi intende pubblicare, portare alla luce, generare dallo scrittore (il Matto), con cui è a dialogo in un luogo indefinito.

L’idea di una voce d’autore soggetto e nel contempo oggetto della narrazione, o «la storia di uno scrittore con aspirazioni d’immortalità» (quanto di più inattuale, nel senso di impubblicabile, si possa immaginare), immediatamente si connota di respiri epici e avventurosi e i personaggi si moltiplicano. Non la storia dello scrittore così come è narrata nel romanzo “ingenuo” – quelli di King, ad esempio, sovente hanno per protagonista uno scrittore – e nemmeno quello del lettore in absentia, come nei postmoderni: lo sfondamento che si andrà compiendo nell’opera riguarda lo spazio della narrazione, il “proscenio” (giusta la scelta di Fontana per la copertina).

Il fatto che questo romanzo porti il titolo, e quindi la forma, di “canto” non è un particolare trascurabile – ci stanno dietro Leopardi e il caos del secondo millennio: la componente lirica, fondamentale in quest’opera, funziona come una forza gravitazionale di fronte a cui gli eventi controllabili della trama e quelli narrabili della “realtà esterna” sono inermi: una forza di generazione percorre orbite ellittiche stabilendo di volta in volta differenti patti mimetici, e impensabili punti di contatto al fine di sondare a fondo lo spettro esperibile dall’immaginario, l’adesione tra fantastico, biologico e spirituale.

La nascita di un nuovo messia, l’annuncio dell’apocalisse in mondovisione, l’estinzione del genere umano ad opera di tutto lo sperma dell’umanità a venire, la vendita del pianeta terra, la liquidazione, la sostituzione, il trasloco, la fine dell’umanità intera tirata sotto, singolarmente, da una macchina, da un “investitore” che apparentemente ha ucciso anche lo scrittore, già all’inizio del libro, quando nessuno se n’è accorto, sono alcuni “temi” del libro. Il comico e l’apocalittico che si fondono in quest’opera devono molto alla forma del mondo contemporaneo: è un’opera che aspira a metterci di fronte ad un paesaggio sconvolgente, tanto più vero quanto più straniato, vero senza passare per l’imbuto del realismo.

Le ripetizioni, l’apparente, retorica, ossessione affabulatoria ne sono il distillato e il riflesso maggiore, ma la jouissance si dà su un altro piano. Progetti del genere solitamente sono destinati all’oblio, o al nulla, perché vuotamente ambiziosi, o intellettualistici: creati nello spazio asettico della sperimentazione in un laboratorio deputato a sciogliere l’inganno della prospettiva e dell’orchestrazione polifonica; oppure assemblati secondo un’esigente filiera “di copione”. La sfida di questo romanzo “generato”, germinante e inclassificabile: raggiungere il lettore «nel primadopo che inconcepirà e increerà».

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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