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Mauro Covacich - "Prima di sparire"

[Einaudi, Torino 2008]

«Questo libro l’ho scritto di nascosto. Non avevo scelta, confessare agli altri quello che stavo facendo mi avrebbe impedito di farlo liberamente». Con Prima di sparire il lettore si trova davanti ad un’originale e inaspettata chiusura della trilogia di Covacich. Sembra che, dopo A perdifiato (2003) e Fiona (2005), il progettato L’umiliazione delle stelle che avrebbe dovuto riprendere temi, atmosfere e personaggi già noti al lettore dei precedenti romanzi, sia «sfuggito un po’ di mano» (p. 276) allo scrittore. La vicenda, raccontata in modo volutamente schietto, ruota intorno alla dolorosa separazione dalla moglie e alla nascita di un amore nuovo.

Con una precisione entomologica, lo scrittore descrive, tappa dopo tappa, la lotta interiore tra il «bravo ragazzo» che ama la consorte Anna e il «minotauro sporco di sangue» che desidera Susanna. Si parla dunque anche qui di quarantenni di più o meno oggettivo successo, rotti dentro, di una generazione dei «dink» (p. 113) e dei «marziani» (p. 139). C’è pure qui la vittoria del corpo, dove la componente divina, stellare, viene umiliata dalle necessità materiali, dalla sua stessa corporeità. Ma per la prima volta, se non contiamo il breve racconto Sterilità pubblicato nel 2006, domina la componente autobiografica.

Nel nuovo libro, composto di due storie parallele e complementari, in cui la finzione si intreccia con la realtà, i personaggi dei precedenti romanzi, tra cui Dario Rensich – l’ex maratoneta diventato performer, Maura – l’alter ego femminile dello scrittore e Sandro – il padre adottivo di Fiona carcerato a domicilio, tornano in una dimensione più modesta, svolgendo una funzione didascalica di background. Il libro è importante sullo sfondo delle odierne discussioni sul tema del ritorno al reale («Questi fatti esistono, queste persone esistono, io esisto», p. 278), giacché vi si nota, come nei precedenti testi di quest’autore, il tentativo di trovare un alfabeto personale che riesca a raccontare la presente epoca.

Nell’ultimo Covacich, e proprio grazie all’intreccio d’autobiografismo e componenti fittizie, si avverte una forte tensione realistica, lontana dal realismo “di facciata”, nonché il coraggio di guardare fino in fondo i conflitti che ci attraversano. L’autobiografismo – “reale” ma non sempre “vero” – e la finzione sono due mondi che si attraversano e si completano, riflettendosi reciprocamente in un gioco di specchi. Il romanzo va quindi in una direzione contraria a quella del reality o del reportage: è frutto di una scelta estetica precisa e vuole essere anzitutto un fatto letterario. In Prima di sparire lo scrittore, seguendo l’insegnamento di alcuni artisti contemporanei, quali Marina Abramovic, Araya Rasdjarmrearnsook, Sophie Calle, ha tentato di trasformare un pezzo della propria vita in un’opera d’arte, di offrire cioè un pezzo di se stesso senz’alcuna trasfigurazione, ma di farlo in una forma chiusa, riconoscibile, qual è l’atto letterario.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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