Informativa sull'utilizzo dei cookie

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Per saperne di piu'

Accetto

Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi, Cesare Cantù - "Il corpo delle donne"

[2009]

 Il montaggio è la forza indiscutibile del Corpo delle donne, documentario nato sul web e diffusosi rapidamente in un momento in cui la questione femminile in Italia rischia di ridursi a emblema transitorio di una crisi socio-politica. Un emblema che, invece di riproporre la drammaticità delle vite quotidiane reali, le cancella rimpiazzandole con una serie di figure – escort, veline, vallette – divenute espressione tipica di un femminile ridotto a funzione corporea. Nel documentario impressiona l’accumulo di immagini di corpi: il montaggio mostra con nettezza i fondamenti di un’estetica cinica che annulla la persona e le sostituisce un’anatomia spezzettata e ultra-sessualizzata, e rivela quello che la fruizione passiva della televisione solitamente occulta, perché elimina la connessione narrativa, la cornice e la discorsività all’interno delle quali quei corpi sono calati.

La deriva pornografica del mezzo televisivo elabora una narrativa del corpo femminile basata su pochi elementi: una sessualità esposta e impersonale; una polarizzazione estrema dei generi sessuali; una subalternità mortificante, resa ancora più dolorosa dall’azione anestetizzante dell'ironia. La forza del documentario è anche il suo limite maggiore, e il montaggio, che decostruisce una simbologia nutrita di sadismo, dominio e violenza, rischia di diventare uno strumento retorico semplificatore. I temi proposti sono molti e non sempre ben messi a fuoco: il peso dell’immaginario nelle nostre vite, l’autenticità dei desideri individuali, l’introiezione del modello maschile, il “sistema” che impedisce alle donne di accettarsi, i volti deformati dalla chirurgia estetica, addirittura il destino dell’identità femminile.

Se all’inizio il commento fuoricampo dichiara che le immagini sono importanti perché specchio dei comportamenti, il documentario nel suo insieme sembra accantonare questo principio, perché attraverso le immagini espone il simbolico e tralascia il reale, disvela il funzionamento di una retorica e di una narrativa ma riflette troppo poco sui meccanismi della loro produzione. È pericoloso rapportare il materiale all’immaginario utilizzando schemi di derivazione e influenza: come non possiamo più accettare il principio riduzionista secondo il quale la struttura determina la sovrastruttura, così non dobbiamo neanche acquietarci nel suo rovescio postmoderno, che sia la sovrastruttura a determinarci, che l’immaginario abbia colonizzato le vite dei singoli, trascinandole in uno spazio in cui realtà e finzione sono diventate indistinguibili.

Il documentario descrive una fenomenologia del femminile televisivo ma non si interroga né sulle sue origini né sui suoi effetti. Dall’orizzonte dell’analisi resta escluso sia ciò che sta a monte (di cosa si nutre questo immaginario? cosa inventa? e cosa invece assorbe?) sia ciò che sta a valle (chi riceve questi modelli? come incidono sulle singole vite?). La stessa costruzione di un soggetto critico è fondata sull’uso simpatetico di una prima persona plurale – “noi donne” – alla quale viene voglia di sottrarsi per la genericità con cui è declinata. La nudità industrializzata della televisione – qui isolata da quel movimento di circolazione e ri-codificazione continua che regola il flusso di relazioni tra ciò che l’esistenza quotidiana è nei fatti e ciò che la modella in racconti e immagini – non è sufficiente a illustrare l’intreccio di dati materiali, condizionamenti sociali e culturali, desideri ed esperienze individuali di cui la vita di ogni persona si compone.

Sarebbe il momento di iniziare ad analizzare cosa pensa e come vive quel 60% di spettatrici, la maggior parte delle quali non avrà mai accesso alla chirurgia estetica, né mai parteciperà a un reality o farà parte del pubblico parlante di un talk show, non avendone né le risorse economiche né il tempo. Cosa veramente succede quando i modelli che la realtà produce ritornano nelle anse della vita quotidiana, nelle sue ristrettezze materiali, nelle sue fragilità psichiche, nello spazio dei corpi reali?

allegoria75

Copertina75.jpg

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

Di seguito è disponibile l'indice completo del numero diviso per le sezioni tematiche della rivista.
Fai clic su un titolo di sezione per espandere l'indice degli articoli contenuti.

Teoria e critica

Il presente

Il libro in questione

Insegnare letteratura

Tremila battute