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Reinhart Koselleck - "Vocabolario della modernità"

[il Mulino, Bologna 2009]

Obiettivo dello storico, si sa, è quello di ricostruire un determinato periodo e di rappresentarlo attraverso un insieme di parole, cosicché il lettore possa a sua volta disporre di una fotografia quanto più esatta degli eventi accaduti. Questo rapporto tra realtà di fatto e discorso storico è al centro della riflessione di Reinhart Koselleck. Una riflessione che se da un lato si offre come una verifica costante e incessante dei fondamenti della disciplina scientifica, dall’altro diventa metodo di lavoro e di indagine, quasi oggetto di studio.

Infatti insieme alla storia sociale, è quella dei concetti ad essere monitorata e analizzata da Koselleck: l’obiettivo dei suoi lavori – saccheggiando quanto in Vocabolario della modernità viene detto su Koebner – è di «mostrare cosa sono in grado di fare le parole [specificamente alcune parole/concetti cardine], come possono guidare i comportamenti e dare luogo ad azioni» (p. 27). Per far questo Koselleck si affida ad un principio semplice ed elementare: «non perdere mai di vista la differenza tra la realtà che svanisce e le sue testimonianze linguistiche, una differenza che non si può mai trasformare in identità» (p. 24); il che significa, calato nello specifico della storia dei concetti, che «sussiste pur sempre una differenza tra una storia che accade e le condizioni linguistiche che ne consentono l’accadere.

Nessun atto linguistico è già l’azione stessa, anche se aiuta a preparare, a provocare, a compiere tale azione. […] Una storia non si compie senza l’uso del linguaggio, ma non è mai identica ad esso, non si lascia ridurre ad esso». Insomma tra il concetto in sé (si tratti di «Progresso e decadenza», di «Emancipazione», di «Crisi », di «Patriottismo» o di «Utopia del tempo», per citare i cinque capitoli dedicati ad altrettanti concetti) e la sua reale concretizzazione sociale non c’è mai perfetta aderenza, ma piuttosto una «tensione storicamente determinata». La parola infatti è sempre o più indietro rispetto alla realtà dei fatti, o la preannuncia e in qualche modo crea le condizioni perché si verifichino determinati fenomeni. Proprio questo rapporto dialettico è specifico della modernità.

Si instaura – lo sottolinea puntualmente Luca Scucciamarra nella Presentazione – nei «decenni che vanno dal 1750 [piena epoca pre-rivoluzionaria] al 1850 [fine delle rivoluzioni], un periodo di intenso rinnovamento linguistico che [Koselleck] ha definito Sattelzeit (letteralmente “epoca sella” o “epoca-crinale”). Interrogati nella loro storia, tutti i concetti di questo periodo mostrano infatti “un mutamento di esperienza a lungo termine e profondo”, nel quale può essere identificato il vero e proprio inizio dell’“età moderna”» (p. X). Più nello specifico i concetti cessano di essere statici e immobili, espressione di un volere divino non ricontrattabile, per temporalizzarsi e acquisire un significato sempre sottoposto a continue verifiche e, conseguentemente, a riconversioni.

Questo modello di rapporto conflittuale e di tensione tra concetto e realtà è rimasto immutato fino ad oggi: lo rivelano le riflessioni sul Patriottismo riferite alla Germania riunificata, o sulla crisi ecologica, la quale conferisce all’espressione «utopia del tempo» una particolare accezione. E tutto ciò dimostra che il mondo odierno appartiene ancora all’«epoca apertasi con la Rivoluzione francese e non ancora esauritasi nella sua storia effettuale planetaria» (p. 126): un’ulteriore riprova che il postmoderno non ha costituito affatto l’alba di una nuova era, ma solo una breve parentesi, benché incisiva, all’interno del moderno.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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