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Paola Tamassia - "Sartre e il Novecento"

[Università degli Studi di Trento, Trento 2009]

Sartre è oggi un autore poco citato e ancor meno utilizzato in sede di critica e teoria letteraria. Per certi aspetti, potremmo dire che il celebre anatema scagliato da Foucault in un’intervista del 1966, acutamente posto da Tamassia proprio in apertura di volume, ha sortito il suo effetto: «scrivendo la Critique de la raison dialectique, – afferma Foucault – Sartre ha in qualche modo messo il punto, ha richiuso la parentesi su tutto quell’episodio della nostra cultura che comincia con Hegel. […] La Critique de la raison dialectique è il magnifico e patetico sforzo di un uomo del diciannovesimo secolo di comprendere il ventesimo» (p. 7).

Il libro di Tamassia si propone di disinnescare la vulgata critica, suggerita sì da Foucault ma affermatasi poi pienamente verso la fine degli anni Ottanta, che ritiene l’estetica sartriana attardata, superata e in fin dei conti relegabile ad una stagione particolare, quella dell’impegno, e oggi pertanto inutilizzabile. A tal fine nel volume vengono ricostruiti «alcuni “dialoghi” cruciali, tra Sartre e altri pensatori del Novecento, anche o soprattutto, diversissimi da lui per formazione e impostazione teoretica» (p. 9): Bataille, Foucault, Nancy, e, sul versante del postmodernismo, Spanos e Lyotard.

L’operazione di Tamassia non mira tanto a rintracciare convergenze e somiglianze, così da affrancare, o anche solo affiancare, Sartre di volta in volta al decostruzionismo, al postmoderno ecc., quanto a mostrare come anche i detrattori più convinti abbiano dovuto fare i conti con il pensiero sartriano, finendo per acquisirne alcuni elementi. Tamassia conduce il suo discorso poggiando su un postulato critico, espresso a più riprese: la «concezione dell’engagement letterario nasconde, in realtà, incongruenze e punti deboli che saranno oggetto di profonde revisioni da parte dello stesso Sartre» (p. 18).

La più determinante è quella che riguarda il linguaggio: la rigida divisione tra poesia e prosa elaborata negli anni Quaranta, secondo cui la prima sarebbe autoreferenziale perché «considera le parole come cose», mentre l’altra si costituirebbe esclusivamente di segni che rimandano ad altro da sé, capaci di descrivere, svelare e trasformare il mondo, sarebbe rivista già all’altezza del Saint Genet (1952), e poi in maniera più sistematica nel Plaidoyer pour les intellectuels (1965). In queste opere, tra le altre, «il carattere intransitivo del linguaggio poetico [, rintracciabile però anche nella prosa,] viene ora recuperato poiché in esso lo spessore delle parole ha la capacità di accogliere ed esprimere l’“inarticolabile”, cioè il “vissuto”, l’essere “non concettuale” dell’uomo» (p. 24), con una modalità che non è dissimile da quella descritta da Bataille.

Non solo, ma già nel ’48, nell’Orphée noir (introduzione a un’antologia di poesia nera), la parola poetica in virtù della sua «materialità incontrollabile» (p. 47) acquisisce un carattere eversivo, non estraneo alla più tarda riflessione di Foucault. L’accondiscendenza sartriana all’opacità del linguaggio porta inevitabilmente anche a una concezione dell’opera d’arte diversa da quella elaborata in Qu’est-ce que la littérature?. A partire da Saint Genet infatti Sartre allontana da sé la possibilità di forme chiuse e unitarie, avvicinandosi piuttosto un modello di opera aperta, spesso incompiuta, in ogni caso plurale e discontinua (Les mots e L’idiot de la famille): caratteristiche fatte proprie da Nancy, Spanos e Lyotard.

Il libro di Tamassia rintraccia la presenza, sia pur disgregata e nascosta, di Sartre nel più recente dibattito critico, a dimostrazione che il suo pensiero, tutt’altro che sepolto, ha ancora possibilità di offrire contributi. Tuttavia, specie in Italia, questi suggerimenti sono stati paradossalmente accolti dagli oppositori piuttosto che da coloro che in qualche modo potevano più linearmente proseguire e sviluppare la riflessione sartriana. Una tendenza che può essere invertita, dando credito alle proposte di recupero avanzate di tanto in tanto in alcuni contributi critici: tra questi, naturalmente, Sartre e il Novecento di Tamassia.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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