Informativa sull'utilizzo dei cookie

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Per saperne di piu'

Accetto

Edoardo Sanguineti - "Ritratto del Novecento"

[a cura di Niva Lorenzini, Manni, Lecce 2009]

L’ultimo libro di Edoardo Sanguineti è uno strano oggetto. Ritratto del Novecento presenta infatti i materiali dattiloscritti preparatori di una manifestazione bolognese di quattro giorni, realizzata nel 2005 da un’idea di Angelo Guglielmi, il cui obiettivo era appunto comporre un ritratto multimediale della cultura complessiva del secolo scorso. Ora che l’evento è trascorso rimangono questi appunti, riuniti in schede dedicate a scrittori pittori scienziati antropologi medici filosofi sociologi architetti e così via, disposte secondo il principio del montaggio.

Il Ritratto sanguinetiano tocca quattro tappe fondamentali dell’esperienza novecentesca: le avanguardie, la psicanalisi, i conflitti sociali, e appunto il montaggio. È proprio quest’ultimo a fornire lo scheletro metodologico del progetto, ma anche la sua ragione di fondo: i cento autori coinvolti (anzi centouno, con il tassello finale riservato a sé stesso dall’autore) figurano infatti non per i singoli e rispettivi capolavori prodotti, ma per le interferenze a cui danno vita, sottoposti alla casualità degli accostamenti, proiettati in un mosaico idealmente (ora, nella lettura) multisensoriale.

L’intenzione di Sanguineti è riassunta dal detto di Benjamin posto come sigillo dell’opera: «Io non ho niente da dire, ho soltanto da mostrare»: i materiali testuali (verbali, visivi, sonori) indicati valgono come “documenti”, come paragrafi dell’opera omnia – come ama dire Sanguineti – dell’umanità novecentesca, nell’anonimato di ciascuno. Il fascino del libro sta ora, nello stato postumo e altro rispetto all’evento bolognese, nella sua reticenza, nell’additare i riferimenti bibliografici, delle registrazioni, delle riproduzioni figurative, lasciando però al lettore l’onere e il piacere di andare a completare, se e dove vuole, la lacuna, i punti di sospensione tra i contorni delle disposizioni di regia sanguinetiane.

E magari nel cercare, rintracciando la biblioteca dell’autore, la particolare edizione o la particolare versione citate con accuratezza filologica delle numerose opere usate. Giacché proprio di “uso” si tratta: di costruzione di una costellazione attraverso frammenti i più disparati; di una esposizione tendenziosa di materiali altrui in attrito reciproco, nella consapevolezza che «a questo mondo non ci sono che citazioni » (p. 28), ovvero che non si dà libertà da elaborazioni precedenti, che siamo sempre elaborazioni di «strutture preesistenti» (p. 29), e che il gioco sta nel lavorare di montaggio, nel superare e nel mettere in crisi la “sintassi” intesa come «modello di costruzione razionale che è stabilita dalla classe dominante» (p. 27).

Un libro che sorprende per le continue deviazioni, lungo l’esperienza irrequieta del Novecento, dentro e fuori i permeabili confini dell’individuo sociale. Un progetto che soddisfa forse l’aspirazione del Sanguineti bambino a incollare immagini e oggetti su un quaderno che allora aveva profeticamente intitolato “TUTTO”.

allegoria75

Copertina75.jpg

  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

Di seguito è disponibile l'indice completo del numero diviso per le sezioni tematiche della rivista.
Fai clic su un titolo di sezione per espandere l'indice degli articoli contenuti.

Teoria e critica

Il presente

Il libro in questione

Insegnare letteratura

Tremila battute