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Ilaria Crotti - "Mondo di carta. Immagini del libro nella letteratura italiana del Novecento"

[Marsilio, Venezia 2008]

Il libro come oggetto, capace di serbare memoria e significare un complesso mondo allegorico, fino ad alludere al destino dell’uomo nella modernità, è al centro della ricognizione di Ilaria Crotti all’interno di un arco cronologico di cui gli anni Sessanta dell’Ottocento costituiscono i prodromi, con uno scapigliato come Tarchetti, e che procede poi verso la fine del secolo con d’Annunzio, giunge al primo ventennio del Novecento con Pirandello e Tozzi, per approdare agli anni Quaranta del Deserto dei tartari di Buzzati.

Se è vero che il libro è il grande tema del millennio di recente conclusosi, è possibile infatti rintracciare una traiettoria che lo vede declinato nel secondo Ottocento in rapporto al processo di mercificazione ai suoi inizi, affrontato a cavallo del secolo nella duplice valenza di merce, ma anche di oggetto prezioso, per toccare con Pirandello un vertice e un’estensione di presenze che ne rendono evidenti tutte le valenze allegoriche, in rapporto alla condizione dell’uomo e alla sua fragilità, mentre, via via che si procede nel tempo, si assiste a una sua progressiva perdita di auctoritas, riscontrabile in Tozzi e poi in modo più evidente in Buzzati, più propensi ad assumerlo in forme metaforiche variamente collegate alla sua sfera semantica.

La ricchezza del tema non accetta per altro rigide delimitazioni temporali né letture univoche: funzionale appare pertanto la scelta dell’autrice di rinunciare sia alla mappatura con pretese di esaustività, sia alla focalizzazione su tematiche astratte, per preferire un percorso per campioni significativi. L’approccio privilegiato è quello della critica tematica, ma incrociata anche con altre prospettive di analisi, come la disposizione a interrogare i testi, in una lettura di ordine ermeneutico, e l’apertura comparatistica, attenta a cogliere affinità e possibili riferimenti in un ampio panorama culturale e letterario. Si aprono così strade e indagini anche in altri testi e altri autori: il ricco apparato di note del volume fornisce la costellazione degli auctores di Crotti, tra i quali emergono, accanto a nomi del calibro di Curtius e Blumenberg, il Debenedetti del Romanzo del Novecento e Francesco Orlando, il cui volume Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura sembra essere imprescindibile punto di riferimento.

L’immagine del libro si propone così come una sorta di cartina di tornasole, di grimaldello grazie a cui entrare nei significati più profondi dei testi, segnalandone anche i legami sotterranei: centrale risulta la figura di Pirandello, a cui il titolo stesso del volume vuole essere omaggio, sia per la grandissima quantità di materiali “diretti” che la sua produzione offre, sia per le questioni davvero nodali che il tema tocca, nel suo caso, a partire dalla sua relazione complessa con la carta stampata, con la memoria di cui è depositaria. Suggestiva poi la degradazione cui l’oggetto libro è sottoposta in Tozzi, anche laddove si parte da una libreria-negozio, che però non è per nulla un “mondo di carta”, è al contrario il luogo in cui l’oggetto porta alla rovina; anche i regolamenti puntualmente evocati nel Deserto buzzatiano parlano di perdita di auctoritas da parte del libro, che però non cessa di fornire alla scrittura metafore plurisignificanti.

I molteplici spunti di riflessione, suggeriti e affrontati da Ilaria Crotti sia sul piano teorico che su quello critico, finiscono così per investire la sfera dello statuto dello scrittore, nel complesso rapporto con una contemporaneità sempre più segnata dalla mercificazione del suo ruolo, e del destino del libro, le cui immagini paiono non a caso moltiplicarsi nell’epoca dell’“oralità secondaria”, nelle minacce che si addensano sulla sua sorte con l’avanzare dell’era tecnologica postindustriale.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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