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Wu Ming - "New Italian Epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro"

[Einaudi, Torino 2009]

Che possiamo congedarci dal postmodernismo è ormai più che una speranza; e anche New Italian Epic lo dimostra. Wu Ming segnala due punti di svolta nel 1993 e nell’11 settembre 2001: periodizzazione simbolica, ma insoddisfacente. Certo, dagli anni Novanta la narrativa non solo italiana ha iniziato a mutare: ma non senza contrasti, e non per effetto del G8 a Genova o del crollo delle Torri Gemelle. Sembra proprio difficile pensare gli sfalsamenti e la pluralità della storia: sentirsi nel flusso dei grandi eventi è un modo per promuoversi da comparse a comprimari. Davvero, poi, tutti gli autori citati in New Italian Epic testimoniano la fine del postmoderno? Saviano e Genna, Evangelisti e Siti, Moresco e Scurati stanno tutti dalla stessa parte? Questa eterogeneità non confonde idee di letteratura contrastanti o antagonistiche?

Wu Ming ha una giusta insofferenza per i «giochetti tardopostmoderni », ma non fa davvero i conti con il postmoderno: pare che esista un postmoderno cattivo, epigonico e stanco, e uno buono e legittimo; ma se la prima casella resta vuota di nomi, con una cautela che stupisce, la seconda si riempie dei soli, e troppo lontani fra loro, Eco e DeLillo. Del resto Wu Ming, come dimostrano i romanzi del collettivo e dei singoli, è più interno al paradigma postmoderno di quanto creda. Il «senso di responsabilità», l’«etica del narrare», la volontà educativa che ispirano i nuovi scrittori segnalano un cambiamento del costume intellettuale, sebbene con qualche moralismo; ma non permettono di tracciare mappe sulla narrativa presente.

È in effetti proprio l’etichetta di NIE a lasciare perplessi: troppo generica, inclusiva, sfocata. Manca una riflessione su cosa possa essere oggi “epico”: che diventa, così, sinonimo di grande, grosso e ambizioso (o velleitario?). Wu Ming stesso riconosce di mettere insieme cose disparate: libri interni a una logica di genere riconoscibile (postmoderna o semplicemente commerciale) con libri difficili da situare; stili del tutto piani con stili che dovrebbero dissimulare uno sperimentalismo destabilizzante (anche se lo dissimulano così bene da non destabilizzare nulla: e non basta mezza dozzina di figure retoriche vecchie quanto Omero – qui presentate come inusitate e incatalogabili – per suscitare scandali e glorie); autori popolari (Camilleri, Lucarelli) e autori di nicchia; storiografie alternative e denunce del mondo così com’è; «transmedialità» e difesa dello «specifico letterario».

Semmai, è la rivendicazione del carattere comunitario del racconto a far pensare: perché, in questa volontà di democrazia telematica, c’è davvero un atteggiamento nuovo di fronte alla letteratura, anche se non privo di autoinganni e di tentazioni regressive. Cos’è, in effetti, l’epica di cui si parla? Sono davvero tutti così non identificati questi oggetti narrativi? Di sicuro Wu Ming ha ragione quando sottolinea la novità di libri che non sono letteratura o romanzo come tradizionalmente li intenderemmo, e di cui Gomorra è l’esempio migliore; ma non ha gli strumenti per studiarne la natura. Così, portare la «parola diretta » di Saviano dalla parte di Genna o di Evangelisti o degli stessi Wu Ming è illegittimo: essa ne è, anzi, l’opposto.

Non c’è da scandalizzarsi se Wu Ming, difendendo la sua idea di narrativa, si annette autori ben lontani da sé, né che il pittore si collochi al centro della folla ritratta: le lotte per l’egemonia letteraria si sono sempre combattute così. È la tenuta del discorso che delude: quando tanta generosità di intenti prende una piega strafalcionesca; quando la qualità dei libri citati ad esempio è tutt’altro che inoppugnabile e, anzi, rischia di svelare l’insufficienza dei buoni propositi; quando il quadro della narrativa italiana rimane troppo chiuso nei confini nazionali; quando «tutte le narrazioni» sono promosse ad «allegorie del presente, per quanto indefinite»; quando l’impressionismo ha la meglio sullo sforzo di ricostruzione onesta ed evoca una giornata così radiosa da far apparire tutte le vacche bianche, beate e piene di latte.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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