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Marco Belpoliti - "Il corpo del capo"

[Guanda, Milano 2009]

Il corpo del capo prende in esame i ritratti di Silvio Berlusconi scattati dai suoi fotografi ufficiali dalla seconda metà degli anni Settanta – quando comincia la sua carriera di imprenditore edile e televisivo – sino ad oggi. Categorie e paradigmi concettuali tratti dai più diversi campi delle scienze umane si mescolano ecletticamente e si riorganizzano secondo un percorso conoscitivo di tipo indiziario: in tal modo il libro porta a maturazione un modello di scrittura saggistica già presente nel brevissimo La foto di Moro (2008) e in Crolli (2005). Rievocando il celebre fotoromanzo elettorale inviato per posta a milioni di famiglie italiane dal Cavaliere nell’aprile del 2001, Belpoliti afferma che la fotografia, più che la televisione, costituirebbe il medium prediletto dalla strategia d’immagine dell’attuale premier.

Con questa premessa, la riflessione si dirama in due direzioni distinte, una storica e l’altra estetica. Nella prima l’autore si fa guidare dagli studi di Kantorowicz sul doppio corpo del re e da quelli di Sergio Luzzatto sulle figure dei leader politici italiani. In epoca medievale il re possedeva un corpo naturale soggetto alla morte e uno mistico tramandabile al suo successore. Con il progresso della modernità avviene un singolare rovesciamento: il corpo mistico del re viene meno e rimane il corpo fisico, luogo d’esercizio della tecnologia biopolitica: il corpo è un «capitale da spendere», un oggetto manipolabile attraverso la chirurgia estetica, il trapianto o il trucco. In Italia, dopo i «corpi sacralizzati » di Mazzini e Mussolini e i «corpi invisibili» dei politici democristiani, è il corpo di Silvio Berlusconi ad essere investito integralmente da questa trasformazione.

Le conclusioni di questo discorso si allacciano al secondo versante dell’indagine. Le foto di Berlusconi sono considerate un documento esemplare di un’estetica postmoderna nelle sue forme tipicamente italiane. L’eterno sorriso del Cavaliere e il suo ben noto rifiuto della normale calvizie esprimono una componente femminile e androgina il cui prototipo risale a Rodolfo Valentino, e rimanda a un modello che dal mondo dei varietà televisivi e delle veline si è esteso all’intera società: tutte le polarità e contraddizioni compresa quella maschile/femminile sono fuse in epoca postmoderna in un’ambigua indistinzione. Queste riflessioni riprendono e sviluppano alcuni concetti già apparsi in Crolli. In esse penetrano al contempo, attraverso Baudrillard, alcuni topoi del post-strutturalismo: quella cultura che non a caso ha vissuto il suo momento di egemonia negli stessi anni del trionfo berlusconiano.

Il tono ironico e satirico del libro si stempera nell’ultima parte, con l’analisi dell’inquietante foto scattata nel 2008 da Alex Majoli: Silvio «è fermo davanti a una tenda bianca, le mani dietro la schiena, il volto girato verso di noi. Non sorride, e gli occhi appaiono lontani, spenti. I due pesanti tendaggi giallo oro sui lati, tenuti da due cordoni, suggeriscono una messa in scena quasi lugubre» (pag. 139). «Momento di verità» dove, per un freudiano «ritorno del rimosso», il corpo del capo svela la sua reale «intimità con la morte».

Riflettendo su un impiego alternativo delle fotografie, John Berger ha scritto che esso può consistere nell’«incorporare la fotografia nella memoria sociale e politica, invece di usarla come un sostituto che ne incoraggia l’atrofia» (Sul guardare, Mondadori, Milano 2003, pag. 64). Come volendo attuare il proposito di Berger, Belpoliti ha effettuato una rigorosa operazione ermeneutica calando le foto di Berlusconi in un tempo narrato e storico, e sottraendole così al loro destino di «momenti congelati». In questo senso, il libro ricostruisce una storia collettiva che, in tutti questi anni, l’opinione pubblica ha sottovalutato o del tutto ignorato.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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